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O il welfare o l’azzardo: la lezione australiana

“Arginare la crisi semplicemente rinchiudendo la gente in un recinto e chiamando quel recinto ‘welfare’, ma poi fregandosene di ciò che accade là dentro, è quanto ci sta portando alla rovina”. Sono parole del filantropo australiano Andrew “Twiggy” Forrest che oggi ha presentato un progetto in cui chiede al suo governo di ridefinire gli aiuti impedendo che i soldi dei sussidi finiscano nelle slot machines

Che cosa propone al suo governo Andrew “Twiggy” Forrest? Chiede di scegliere e di lasciare ai “giocatori” la scelta: per ottenere sussidi sociali e beneficiare di quelli di disoccupazione bisogna liberamente accettare di servirsi di una speciale carta di debito che impedisce acquisti in alcool, droghe e gioco d’azzardo. I soldi dei sussidi arriveranno solo su quella carta e da lì potranno essere spesi per tutto, dal cibo all’affitto di casa, ma il pagamento si bloccherà se la carta verrà inserita in una “macchinetta” e l’addebito non verrà effettuato se dal codice a barre risulterà l’acquisto di alcolici.

Liberi di scegliere ciò che è legale, dice Forrest, ma accettandone le conseguenze che non possono gravare sul sistema di welfare. Non possiamo, ha ribadito il magnate, finanziare lo sperpero. Dobbiamo aiutare, sostenere, fare sistema.

Lo stesso avverrebbe per l’istruzione dei figli: chi non manda i figli a scuola – la dispersione scolastica giovanile e infantile è un problema serio in Australia – verrà escluso dal sistema.

Per farlo, “serve un evento radicale, sismico. Basta con i lenti mutamenti di rotta”. Soprattutto quando lo sperpero degli aiuti ricade anche sui non giocatori, primi fra tutti i bambini. L’attenzione del governo di Abbott, in questi giorni è particolarmente accesa sul tema dei bambini, lasciati sempre più allo sbando da genitori travolti da una crisi aggravata (e messa a valore in termini di business) dall’industria dell’azzardo.

Nel progetto di Forrest, la carta del welfare dovrà essere distribuita a 2,5 milioni di australiani. Ricordiamo che in Australia vivono 22 milioni di abitanti: parliamo quindi di un provvedimento che potrebbe riguardare un australiano su dieci.

La nuova tecnologia di pagamento, ha detto Forrest che per l’occasione ha costituito un think tank e un gruppo di lavoro di vera eccellenza, permette di bloccare la carta quando si sta tentando di acquistare un “demerite good”, un bene il cui consumo considerato dannoso per sé e per gli altri (che hanno, quindi, tutto il diritto di non contribuire nemmeno in forma indiretta, vedendo così sperperati milioni di dollari di sussidi). Multe pensantissime saranno poi previste per chi cerchi di eludere il controllo.

“Dobbiamo piantarla col welfare passivo”, ha dichiarato  Forrest. Un welfare attivo richiede che tutti assumano le proprie responsabilità, a partire dal sistema bancario. “Ognuno nutre aspettative bassissime rispetto al sistema in cui vive, è una forma di mediocrità a cui ci dobbiamo ribellare”.

Il rapporto di Forrest consta di 244 pagine che toccano temi quali l’educazione, il reinserimento sociale dei carcerati, l’istruzione permanente e avrà un impatto per centinaia di milioni di dollari australiani e, ovviamente, solleverà dibattito e accese discussioni. Ma proprio questo sembra lo scopo dichiarato di Forrest: dare la scossa a un welfare che ovunque nel mondo sembra diventato solo funzionale. Che cosa significa? Significa che per risolvere un problema, le risorse vengono sprecate attraverso consulenze “funzionali” affidate a esperti che poi ragionano con altri esperti su quel problema, ma nessuno controlla dove realmente finiscano quelle  consulenze (solitamente in convegni e tartine, o poco più) e i soldi dei sussidi che per inerzia vengono erogati.

Qui come altrove, in Australia come in Italia, è oramai palese che gran parte dei sussidi finiscano in azzardo, alimentando una spirale senza fine, perché anziché risolvere alla radice il problema si mercanteggiano altre consulenze e si balla il ballo del mattone attorno a inutili provvedimenti di legge. Il problema va affrontato alla radice. Uscire dalla logica funzionale significa interrogarsi sulla natura del modello: non servono esperti per questo, serve la volontà di porsi le domande giuste al momento giusto. Con l’aiuto di esperti, ma non a loro uso e consumo.

Fonte: Vita

di Marco Dotti

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