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Fondi privati al Welfare? Gori: “Adeguati finanziamenti pubblici sono insostituibili”

La risposta alle riflessioni dell’economista Zamagni sull’attuale ddl stabilità mette in guardia dal rischio del disimpegno della politica nella tutela dei diritti dei più fragili. “Senza necessari stanziamenti pubblici crescerà il disagio sociale”

I fondi privati non possono in alcun modo sostituire l’impegno pubblico nel sostenere le politiche sociali di un paese e senza adeguate risorse pubbliche è inevitabile una forte crescita del disagio sociale. Così Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica e capofila nel team che ha progettato il Reddito di inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà in Italia, risponde alle dichiarazioni di Stefano Zamagni sul ddl stabilità rilasciate a Redattore sociale sulla necessità di un cambio di rotta in tema di risorse per finanziare il welfare italiano. “I finanziamenti privati – precisa Gori –, siano essi provenienti da fondazioni, imprese, assicurazioni o altri soggetti, non sono in grado neppure lontanamente, per l’insieme di risorse che possono mobilitare, di sostituire adeguati finanziamenti pubblici. E questa affermazione non è una mia posizione politica bensì il risultato – unanime – delle numerose ricerche condotte sul tema, in Italia e all’estero”.

Nessuna chiusura al privato, spiega Gori, ma occorre fare chiarezza sul suo reale impatto e sul suo ruolo, facendo riferimento anche alle passate esperienze. “Il fatto che non siano in grado di sostituire le risorse pubbliche, non significa assolutamente negare l’importanza dei finanziamenti privati, che possono svolgere un’utile funzione integrativa, si pensi ad esempio all’assistenza agli anziani non autosufficienti. Inoltre, le esperienze di secondo welfare costituiscono un efficace laboratorio di innovazione per migliori politiche, ma appunto sono esclusivamente un laboratorio”. Mentre le risorse private hanno funzione integrativa, quelle pubbliche – continua Gori – sono insostituibili. “O ci saranno adeguati stanziamenti pubblici nei prossimi anni, cioè superiori rispetto a quelli attuali, oppure in poco tempo ci sarà una fortissima crescita del disagio sociale a cui non si risponde”. O più spesa pubblica o più disagio sociale, quindi. Al mondo politico, la scelta.

Della possibilità di un intervento del privato nel mondo del welfare se ne sta parlando sempre di più in questi mesi. Merito anche dell’attesissima riforma del Terzo settore. Ma la questione dei fondi privati a sostegno delle politiche pubbliche non sembra essere una novità nel panorama politico italiano. Basta tornare indietro di qualche legislatura per trovarne traccia, come nel Libro bianco sul futuro del modello sociale di Maurizio Sacconi, quando era ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nell’ultimo governo Berlusconi. “C’è un recente passato nel quale l’argomentazione sulla supposta priorità da assegnare ai finanziamenti privati è stata utilizzata per motivare scelte politiche segnate dal disinteresse verso il sociale. Scelte possibili, perché è del tutto legittimo che un decisore politico dica che non gli interessa sostenere i poveri o le persone con disabilità grave. La politica è innanzitutto definizione delle priorità per la collettività, in un contesto di risorse scarse. L’importante è che sia chiaro che si tratta di una scelta”. Tuttavia, dopo le scelte bisogna fare i conti con i fatti e gli effetti sui territori. E a distanza di anni, i risultati di quelle decisioni non sembrano essere poi così rassicuranti. “C’è stata una prima fase in cui molti hanno pensato, e sperato, che questi finanziamenti privati potessero sostituire adeguati finanziamenti pubblici – spiega Gori -. Poi in pochi anni chi lavora nei territori ha capito che così non è e ci sono state una varietà di ricerche, anche a livello internazionale, che lo hanno dimostrato a partire dall’analisi dei dati empirici”

Per Gori, però, a meritare un’attenzione particolare non è soltanto il dibattito che ruota intorno ai finanziamenti privati. Occorre tenere sott’occhio anche le logiche che attribuiscono al lavoro le uniche possibilità di fuoriuscita dalla condizione di povertà. “C’è un punto che sta emergendo nel dibattito europeo e che riguarda i diritti sociali di cittadinanza al di là dell’inserimento lavorativo – spiega Gori -. In contesti più solidi del nostro, come Germania e Francia, su cento persone povere abili al lavoro che ricevono una misura di reddito minimo e che fanno un percorso di reinserimento occupazionale, 30 o 40 tornano a lavorare. Che ne facciamo degli altri? Per questo va bene il lavoro, ma va accompagnato alla tutela dei diritti. Nel mondo reale devi garantire a tutti dei diritti minimi per una vita decente. Chi può deve inserirsi nel lavoro e bisogna sanzionarlo se non lo fa, ma chi non può deve essere tutelato, sia esso un povero di mezza età, una persona con grave disabilità o un anziano non autosufficiente”. Per Gori, infatti, il rischio è che anche in questo caso si inneschi un meccanismo perverso. “Le ricerche mostrano che – in diversi paesi europei – l’impostazione che mette al centro il contributo al mondo produttivo è stata usata strumentalmente, da diversi governi, per non dedicarsi alla tutela delle persone fragili – aggiunge Gori -. Sono in molti, infatti, a notare come negli ultimi dieci anni si sia data una certa enfasi a livello politico sul reinserimento nel mondo produttivo per mollare un po’ sulla tutela dei diritti”.

Il rischio di un disimpegno della politica nei confronti dei più fragili è reale anche in Italia dove per Gori il dibattito sul tema è ancora su “livelli molto astratti, mentre le politiche sociali sono fortemente sottofinanziate”. Quel che preoccupa Gori, però, non è solo la qualità del dibattito politico, ma anche l’agenda del presidente del Consiglio. “Nella visione di Renzi manca il concetto di tutela dei diritti sociali delle persone fragili – spiega Gori -. Tutta la logica renziana del welfare ruota attorno a investimenti su persone che potranno dare un contributo al mondo produttivo, siano essi disoccupati, poveri, studenti, bambini o altro. Sino ad oggi, il sociale per lui è un investimento in qualcuno che potrà contribuire al sistema produttivo, non è tutela dei diritti delle persone fragili. Ora bisognerà vedere se le tante anime del sociale saranno capaci di fargli cambiare idea”.(ga)

Fonte: Redattore Sociale

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