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Cari italiani, misurare il valore sociale non si può: si deve

di Gabriella Meroni

Il consulente esperto di gestione delle aziende non profit David K. Hunter, molto noto negli USA, esorta le organizzazioni nostrane a dotarsi di strumenti oggettivi per misurare il proprio “impatto”: “Dovremo dimostrare sempre più che meritiamo i vantaggi fiscali dello Stato e le donazioni dei cittadini”, raccomanda. “Se non vogliamo in futuro perdere entrambi”

Misurare l’impatto sociale si può, anzi si deve. Ne è assolutamente convinto David K. Hunter, uno dei consulenti più apprezzati negli Usa e inventore della Theory of change, un innovativo metodo con cui le organizzazioni non profit possono tracciare e misurare, appunto, i risultati che la loro azione produce sulla vita dei destinatari della loro attività. Del cambiamento, cioè, che determinano nel mondo, rendendolo migliore. In questi giorni Hunter è in Italia, dove ha preso parte al Philanthropy Day della Fondazione Lang Italia, che ha anche curato l’uscita nel nostro paese dell’ultimo libro David, Working Hard Working Well, una vera e propria guida per manager che desiderano ottenere “cambiamento sociale”. A lui chiediamo un’opinione sul tema più caldo del momento: la misurazione dell’impatto sociale, che Oltreoceano è una realtà consolidata, mentre da noi fatica ancora ad affermarsi.

Signor Hunter, perché secondo lei è indispensabile che le organizzazioni non profit riescano a dimostrare anche numericamente il valore di ciò che fanno?

Per un motivo molto semplice: perché ricevono contributi privati, dai cittadini, e anche dallo Stato, soprattutto attraverso le agevolazioni fiscali. Partiamo da quest’ultimo punto: il terzo settore fa cose che lo Stato non fa, perché se le facesse, non ci sarebbe bisogno del terzo settore. Visto che contribuisce al bene comune, al bene pubblico, lo Stato lo ricompensa con dei vantaggi fiscali. Ora, visto che negli Stati Uniti si comincia a discutere dell’opportunità di mantenere questi vantaggi, o di abbassarli, ecco che si è posto il problema di misurare e dimostrare il valore sociale prodotto, proprio per continuare a goderne.

C’è poi la questione dei fondi donati dai cittadini. Come le organizzazioni non profit devono rendere conto in modo tangibile e oggettivo del valore sociale prodotto?

Esistono dei processi precisi che si possono mettere in atto per determinare se la nostra organizzazione raggiunge risultati tangibili e oggettivi. Innanzitutto, occorre chiarire bene gli scopi dell’azione, poi determinare quali attività servono a questi scopi e monitorarle per essere certi che il lavoro venga svolto bene. Tutti i membri dell’associazione, dai presidenti ai volontari, devono fare la loro parte affinché gli obiettivi dell’organizzazione vengano raggiunti. Si chiama efficienza, ed è uno dei criteri fondamentali di misura del valore sociale.

Gli indicatori sono gli stessi per qualunque settore di attività?

Gli indicatori di efficienza sì, cambiano semmai altri indicatori, relativi alle specifiche di ciascuna area di attività. Un’organizzazione sanitaria, per esempio, misurerà risultati diversi da quelli che otterrebbe un’associazione che si occupa di educare i giovani. Ma le domande fondamentali – il  personale è competente? Responsabile? Le risorse vengono spese per migliorare produzione e risultati? – rimangono le stesse.

Sulla misurazione dell’impatto sociale in Italia le opinioni sono ancora divergenti, e c’è chi ritiene che il non profit produca soltanto valori intangbili. A che punto è questa discussione negli Stati Uniti?

Siamo partiti circa quindici anni fa con le vostre stesse perplessità, ma oggi ormai tutti sono convinti della necessità di dimostrare l’impatto sociale in modo direi scientifico, oggettivo. Semmai esistono ancora diversità di linguaggi: spesso si esprimono gli stesso concetti con parole diverse. Vorrei tanto che questi temi entrassero a pieno titolo nelle business school, dove potrebbero essere codificati e rivestiti di quella dignità accademica che sicuramente meritano.

Fonte: Vita

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