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L’Italia non sa più farsi carico dell’infanzia in difficoltà

Lo certificano i dati del Rapporto del Ministero del Lavoro sui minori fuori famiglia: nei cinque anni fra il 2007 e il 2012 gli affidi sono scesi del 16%. «Il sistema si sta spostando su un intervento tardo-riparativo con una contrazione della capacità quantitativa e qualitativa», sottolinea Marco Giordano, portavoce del Tavolo Nazionale Affido.

L’Italia sta perdendo la capacità di farsi carico dell’infanzia in difficoltà. Lo certificano i dati del Rapporto del Ministero del Lavoro sui minori fuori famiglia: nei cinque anni fra il 2007 e il 2012 (l’indagine purtroppo viene pubblicata solo ogni due anni, con uno scarto temporale molto lungo tra il momento della pubblicazione e quello fotografato) il numero dei minori fuori famiglia è sceso del 12%, gli affidi sono scesi del 16% e gli invii in comunità dell’8%. Di certo il calo non è imputabile a un crollo del bisogno: in questi anni di crisi è inverosimile immaginare che le famiglie in difficoltà e i bambini che hanno bisogno di un aiuto siano scomparsi. Più ragionevole invece immaginare – come tante voci sul campo testimoniano da tempo – che siano finiti i soldi e che il nostro sistema di tutela e protezione dell’infanzia non sia più in grado di agire come dovrebbe. «Il sistema si sta spostando su un intervento tardo-riparativo e questi dati lo certificano. Il sistema di accoglienza dei minori sta riducendo la capacità quantitativa e qualitativa, tant’è che per la prima volta gli affidi che superano i quattro anni superano la soglia del 30%», spiega Marco Giordano, portavoce del Tavolo Nazionale Affido, che riunisce le principali 14 reti per l’affido d’Italia. I minori fuori famiglia al 31 dicembre 2012 erano 28.449, di cui 14.194 in affidamento (6.750 affidati a parenti, 7.444 a terzi) e 14.255 in comunità residenziali. Nel quinquennio 2007/12 significa un -8% degli invii in servizi residenziali e un ancor più vistoso -16% degli affidamenti familiari.«Per gli invii in comunità i Comuni non hanno più soldi, in alcune regioni come la Campania e la Puglia gli invii in comunità sono calati del 30%. D’altra parte gli interventi di affido richiedono tempi lunghi e competenze che i servizi sociali stanno perdendo: i servizi ormai sono depotenziati, il personale che va in pensione non viene sostituto, chi è in servizio ha un carico di lavoro immane. E non mi dicano che è aumentata l’educativa a domicilio… Stiamo vedendo i risultati dei tagli ai fondi sociali», sospira Giordano.

Dall’affido all’adozione

Il commento di Giordano ai numeri dell’ultimo report sui minori fuori famiglia arriva in realtà a margine di un piccolo segno, che potrebbe essere una premessa per migliorare la qualità dei percorsi di affidamento familiare decisi dai giudici: si tratta del testo unificato del ddl Puglisi, presentato a novembre 2014 dalla Commissione Giustizia del Senato, che va a modificare la legge 184/83 per garantire ai bambini e delle bambine in affidamento il diritto alla continuità degli affetti. Le associazioni del Tavolo hanno analizzato le modifiche apportate al testo dalla Commissione e hanno redatto una nota di plauso: «Questo non è una legge per trasformare l’affido in adozione, come qualcuno ha detto, ma un punto di civiltà, per tutelare le relazioni significative maturate da un minore con la famiglia affidataria», spiega Giordano, auspicando che il ddl sia presto esaminato dal Senato.

Perché serve una revisione della legge

Quasi il 60% degli affidi ha una durata molto più lunga dei due anni previsti dalla legge: stando all’ultimo report, il 31,7% degli affidi dura più di 4 anni e il 25% da due a quattro. «L’ordinamento, parlando di interesse del minore, lascia intendere che si dovrebbe tutelare la continuità degli affetti maturati in questi anni di affidamento, ma nella prassi spesso non è così: molti giudici consigliano ai genitori adottivi di voltare pagina, tagliare i ponti con le famiglie affidatarie», spiega Giordano, che ha sperimentato sulla propria pelle, da genitore affidatario, il taglio netto nei rapporti con due bimbi andati poi in adozione. In futuro non sarà più così. Certo bisognerà evitare corto circuiti, dal momento che la famiglia affidataria a quel punto conoscerebbe sia la nuova famiglia adottiva sia quella d’origine: «bisognerà costruire percorsi, fare formazione, dare tutele ma senza interrompere le relazioni».

Nessuna “scorciatoia” per single e anziani

Tutelare le relazioni affettive del minore è senza dubbio un concetto positivo: nell’attuazione però si aprono possibilità differenti. Il Tavolo Affido «condivide pienamente la specifica che restringe l’applicazione delle nuove norme ai soli casi di “prolungato periodo di affidamento”. Significativa è una relazione che incrocia stabilità e durata, è ovvio che non si può fissare un lasso di tempo, perché per un bambino piccolo due anni sono tantissimi, per un adolescente meno». In particolare il Tavolo approva il fatto che nella nuova versione il passaggio dall’affido all’adozione potrebbe avvenire solo nei casi in cui la famiglia affidataria possieda i medesimi requisiti richiesti dalla legge alle famiglie adottive, a cominciare dalla convivenza e dalla differenza di età con il minore. Niente apertura a single e anziani, quindi. «Alcuni criticano questi paletti, noi invece li consideriamo fondamentali perché in questo modo non apri un varco per l’adozione da parte di chi non può adottare».

FONTE: VITA

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