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Dalla gratuità al “nonprofitness”: il volontariato è sempre più ibrido

Come cambiano le organizzazioni del volontariato italiano? A rispondere è l’indagine “Volontari e volontariato organizzato tra impegno civico e gratuità”, a cura della Convol (Conferenza permanente delle associazioni, reti e federazioni di volontariato), presentata ad Ancona.
Il questionario
– curato dai ricercatori Emmanuele Pavolini, Sabina Licursi e Giorgio Marcello, coordinati da Ugo Ascoli, docente all’università Politecnica delle Marche – ha coinvolto 851 organizzazioni, con la collaborazione di 14 centri di servizio al volontariato. Ecco le caratteristiche che contraddistinguono il campione analizzato: poco meno di 13 organizzazioni su 100 si sono costituite prima del 1980, 17 su 100 sono nate tra il 1981 e il 1990, e le restanti dopo la legge 266 del 1991. Poco più di 42 associazioni su 100 appartengono alla macro-area del centro-sud e le restanti 58 su 100 al centro-nord. Fra le organizzazioni contattate 86 su 100 sono iscritte ai registri regionali. Complessivamente, le organizzazioni mobilitano più di 65 mila volontari. Si tratta in prevalenza di organizzazioni con dimensioni piccole o medie, anche se non è irrilevante il peso delle organizzazioni che hanno più di 50 o, addirittura, più di 100 volontari. Infatti, quelle con più di 100 volontari sono il 10,7 del campione. La percentuale più consistente riguarda quelle che dichiarano tra 11 e 30 volontari, il 43,3% del totale. Le organizzazioni indagate esprimono un livello di eterogeneità elevato. L’analisi ha consentito di individuare alcune tendenze. Innanzitutto, quella che porta ad una sfumatura dei confini tra forme di solidarietà differenti. L’analisi della composizione interna e l’equilibrio tra impegno gratuito e personale retribuito conferma che, accanto ad una presenza maggioritaria di organizzazioni che mantengono una sostanziale prevalenza del contributo volontariato, ve ne sono altre “interessate da un’ibridazione identitaria o più chiaramente transitate a forme organizzative, come l’impresa sociale, in cui il criterio regolativo prevalente è la nonprofitness”. In particolare, il campione è così composto: organizzazioni di volontariato, 59,8%; organizzazioni con livelli diversi di ibridazione, 38%; imprese sociali, 2,2%. La ricerca ha, inoltre, evidenziato come la gratuità non costituisca il criterio regolativo prevalente. Sono altre le parole scelte per definire i confini identitari prevalenti, come assenza di lucro, solidarietà, utilità sociale. Sia nell’orientamento identitario sia nell’organizzazione delle attività associative, inoltre, riaffiora il riferimento alla solidarietà mutualistica.
A chi si rivolgono le organizzazioni contattate? Se si tiene conto dell’impegno occasionale delle organizzazioni possiamo cogliere un volontariato organizzato mediamente attento alle più diverse situazioni di bisogno. Se ci si concentra sull’impegno prevalente delle organizzazioni, invece, emerge una certa segmentazione delle sensibilità e dei servizi offerti. Individuando 4 macro-gruppi di destinatari, possiamo notare che oltre 70 organizzazioni su 100 ha individuato negli “appartenenti alla società locale” i principali destinatari delle proprie attività (si tratta nel complesso dei destinatari più generici per i quali è più difficile capire quali attività o servizio le organizzazioni predispongono); poco più di 12 su 100 si rivolgono al macro gruppo costituito da persone con disabilità, portatrici di bisogni sanitari importanti, con dipendenza da alcol o da sostanze; solo 7 organizzazioni su 100 si rivolgono ai destinatari più fragili, per i quali si può individuare già una condizione di scivolamento ai margini della società o di elevato rischio di esclusione (immigrati e profughi, persone senza dimora, vittime di violenza); infine, sono poco più di 8 su 10 le organizzazioni che individuano come principali beneficiari delle attività i propri aderenti. Nell’ambito della ricerca è stato sottoposto un questionario ad oltre 2.100 volontari ed ex-volontari distribuiti in tutto il paese e si sono comparate le loro risposte con quelle fornite ad un questionario Itanes da persone non coinvolte in attività associative. Il volontariato appare correlato positivamente con il livello di istruzione e si declina in impegni di lunga durata e di una certa intensità. Solo l’impossibilità di conciliare l’azione volontaria con impegni familiari, di studio o di lavoro determina l’abbandono dell’impegno nelle associazioni. Il 58,3% degli ex volontari ha risposto che ha abbandonato l’attività per “mancanza di tempo per via dei compiti familiari” e il 35,6% per lavoro o studio. Lo spirito solidale, l’impegno civico, la volontà di aprirsi ad un’esperienza significativa per la propria vita e, per una minoranza, anche la spinta religiosa motivano in maniera esplicita la scelta di impegnarsi in attività di volontariato. Il 50% del campione ha risposto che la motivazione per cui fa volontariato è “esprimere la propria solidarietà verso gli altri”. I volontari e, in generale, coloro che sono coinvolti da una vita associativa appaiono caratterizzati da un livello più elevato di partecipazione socio-politica e culturale: appaiono più attivi nella comunità di appartenenza, più partecipi, più attenti ad intercettare informazioni, più aperti al confronto ed al dialogo con gli altri, meno passivi, ad esempio, di fronte ai media tradizionali. 

Fonte: Redattore Sociale

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