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Ludopatici di prima classe: Stato, parastato e stakeholder dell’azzardo legale

1E se gli stakeholder, i cosiddetti portatori di interessi delle aziende che operano nel settore dell’azzardo legale fossero i principali dipendenti dalle patologie dell’azzardo? Se i ludopatici di prima classe fossero proprio loro, quelli della business class, le persone fisiche e concrete che si celano dentro le scatole istituzionali che siamo soliti chiamare “concessionari”, “aziende”, “consigli di amministrazione”? Dietro le maschere, c’è sempre un volto, bello o brutto che sia.
E dietro un volto ci sono scelte e responsabilità che pesano e non possono non pesare sulla vita di tutti. Anche di quelli che di maschere non ne indossano affatto: il popolo minuto, la gente, “i semplici” come chiamava Umberto Eco.
E se accanto al popolo minuto, la povera gente che volente o nolente regge la piramide dell’azzardo legale, anche loro, i beneficiari del sistema, fossero in tutto e per tutto addicted e “dipendentizzati” non da una droga chimica ma da un settore particolarmente tossico del capitalismo finanziario che, non a caso, è stato definito ludo-capitalismo?
Di quale modello di “libertà d’impresa” si farebbe oggi portatore il settore dell’azzardo legale? Di una dipendenza talmente totale e radicale da asservire ogni cosa a algoritmi, numeri e flussi affettivi e monetari?
La domanda può essere presa come una provocazione, ma solo se si vuole eludere il problema. La provocazione è infatti nelle cose – non nelle intenzioni di chi pone la domanda – e l’affronto è nei numeri che circoscrivono quelle cose. Ed è un affronto al lavoro, alla dignità, alla libertà, e persino all’impresa – se vogliamo tener cara un’impostazione liberale del problema.
Solo in Italia, il ludo-capitalismo genera un fatturato annuo impressionante, ma non genera lavoro, valore, né libertà, né dignità. Non genera opere, ma numeri. Ecco i numeri, allora:

  • Italia 84,4 miliardi di euro di volume d’affari l’anno;
  • Mondo 390 miliardi di euro l’anno.

All’interno di questi numeri, a dominare il mercato, specialmente quello italiano, è il machine gambling, l’azzardo praticato in solitudine (gambling alone) attraverso macchine. Nel 2014, il giro d’affari delle macchinette da gioco (slot machine + vlt) in Italia è stato di 46 miliardi e 770 milioni di euro.
Leggendo le ultime pagine del libro di Natasha Dow Schüll, Addiction by design (Princenton, 2013, in uscita in traduzione italiana, nelle prossime, settimane per i tipi di Luca Sossella editore, con il titolo Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza) capiamo che la domanda ricorre, negli ultimi due anni, anche nella Cattedrale simbolica del ludo-capitalismo, Las Vegas.
Non pochi tra gli operatori (proprio loro, gli stakeholders!) si sono spinti a annoverare tra i classici meccanismi di difesa della dipendenza quelli tramite i quali molti stakeholder del settore, rapiti nello slancio massimizzante dell’impulso per i profitti, razionalizzano le loro azioni: incolpando gli altri, sminuendo i punti di vista contrari, disconoscendo la responsabilità per i risultati negativi, preferendo evitare il conflitto e non tollerando il dialogo diretto, l’onestà o la schiettezza
Insomma, le politiche di riduzione del danno, l’antiproibizionismo di protocollo e di facciata e via discorrendo sarebbero un misto di tattiche consce e inconsce strategie reattive rispetto a una dipendenza che li riguarda!
Un punto chiave da capire è che l’industria del gambling non mira semplicemente al profitto, ma alla massimizzazione integrale, retorica, affettiva biopolitica del profitto.
Questa ricerca della massimizzazione integrale non conosce limiti, né etici, né pratici, né legali. Anche perché la legislazione non gliene impone se non di barocchi e facilmente aggirabilio, essendo gli Stati soggetti istituzionali che soffrono della medesima dipendenza e la tecnologia è, oramai, la migliore alleata del settore.
Un settore che entra direttamente, attraverso la tecnologia del machine gambling, in quella che il filosofo Hans Jonas chiamava l'”automodulazione affettiva” del desiderio. Per questo il machine gambling affascina e spaventa al contempo, per questa sua doppia capacità: 1) presentarsi come fenomeno ingenuo; 2) entrare sotto la pelle del sociale, riconfigurando relazioni, affetti, legami – lasciando intanta l’aura della “libera determinazione e del libero volere del soggetto”. Sappiamo che non è così.
Così, osserva Natasha Dow Schüll
È diventato usuale nelle discussioni pubbliche sentire che i concessionari dell’azzardo, insieme ai governi che prelevano le loro le tasse, sono diventati “dipendenti” dalle entrate dell’azzardo.
Data la loro fissazione per la massimizzazione e per la salvaguardia dei proventi che derivano da questo settore, scrive un ricercatore canadese le imprese dell’azzardo sono suscettibili di far propria una visione del mondo dipendentizzante comportandosi proprio come gli individui dipendenti dal gioco.
Ascoltiamo la voce di un ex giocatore:
Parlano di noi, di come abbastanza non sia mai abbastanza per noi giocatori. Ma abbastanza non è mai abbastanza per loro. Loro si preoccupano solo di fare milioni e milioni di dollari.
Come i piccioni condizionati da B. F. Skinner si preoccupavano solo di premere una leva per ottenere una gratificazione (meccanismo elementare, su cui si basa però l’elementare potenza delle slot machine), anche questi dipendenti di classe A (stakeholder, ad, opinion e decision maker non fanno che ripetere ossessivamente lo stesso meccanismo.
“I governi diventano esattamente come le persone che giocano alle slot”, ha commentato Frank Quinn, direttore del South Carolina Center for Gambling Studies.
“Sono alla ricerca di una soluzione rapida per problemi a lungo termine. Iniziano inseguendo le loro perdite, proprio come fa il dipendente. E poi, come un dipendente, finiscono col perdere il senso della realtà”.
Questa perdita di senso della realtà è parte costitutiva di ciò che oggi dovremmo chiamare ludo-capitalismo o capitalismo delle dipendenze.
Chi è
Natasha Dow Schüll, antropologa culturale e professore associato al MIT’s Program in Science, Technology, and Society, rifletteranno su come la diffusione capillare del gioco d’azzardo possa spiegare alcune evoluzioni della cultura e della società. La loro tesi è che per contrastare la stagnazione economica e sociale e la crisi dei mercati finanziari si faccia sempre più ricorso a certe dinamiche mutuate dal mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo.

Fonte: Vita

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