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Facebook apre il tasto donazioni al non profit. “Ma l’Italia non è pronta”

Annunciato la possibilità di dare denaro direttamente dalle pagine di tutte le associazioni ospitate dal colosso dei social network. Paolo Ferrara, responsabile fundraising di Terre des Hommes, spiega perché sulle raccolte fondi online c’è ancora tanta strada da fare

Il fundraising per il non profit sbarca (e stavolta per tutti) sul più popolare dei social network: oltre ai “mi piace”, sulle pagine di Facebook delle organizzazioni di terzo settore presto ci sarà la possibilità di fare una donazione diretta come già accade per grandi realtà (come ad esempio Unicef Usa). A dare l’annuncio lo stesso colosso del web fondato da Mark Zuckerberg in un post sul profilo dedicato alle aziende.

Per il non profit, quindi, si apre una possibilità in più, potenzialmente enorme, per raccogliere fondi. Ma per Paolo Ferrara, responsabile comunicazione e fundraising di Fondazione Terre des Hommes, in Italia non siamo ancora preparati alla sfida del web. “Il non profit italiano è poco pronto – spiega Ferrara -, ma c’è grande attenzione e interesse perché i corsi su questi temi sono sempre pieni. Credo che complessivamente, però, il terzo settore sia poco pronto non solo al funraising online, ma anche al funraising in generale, perché manca la cultura organizzativa e l’investimento. Tuttavia è una sfida che sempre più organizzazioni affronteranno nei prossimi anni”.

Ad oggi, per una piccola organizzazione non profit non è ancora possibile raccogliere donazioni in modo diretto tramite una pagina ospitata da Facebook. Nonostante compaia già nel pannello di gestione della propria pagina sul social network la possibilità di inserire il tasto “fai una donazione”, quest’ultimo porta soltanto ad un link esterno. Tuttavia, stando all’annuncio fatto sul web, presto potrebbe esserci la possibilità di raccogliere fondi direttamente dalla propria pagina.

Facebook ha preso atto dell’aumento di organizzazioni che sono sempre più attive sulla sua piattaforma – spiega Ferrara -. Altri social network hanno perso questa occasione di tenere a bordo in maniera concreta e significativa le organizzazioni non profit offrendo loro servizi essenziali, come per esempio l’attivazione delle donazioni. Facebook ha già fatto degli esperimenti attivando delle campagne di raccolta fondi a partire già dall’emergenza Haiti e ha potuto testare prima sul mercato americano poi su quello europeo l’utilizzo di queste piattaforme. Credo che per le organizzazioni le cose cambieranno molto, innanzitutto perché ci sarà una motivazione in più nell’utilizzare questo social network”.

Per le organizzazioni del terzo settore, quindi, la strada è segnata. “Dovranno imparare ad usare lo strumento – spiega Ferrara -. Ancora oggi le organizzazioni che stanno su Facebook in realtà tirano i remi in barca dopo qualche annuncio di fundraising che ovviamente non dà i risultati sperati. Occorrerà innanzitutto instaurare una conversazione coerente e di lungo periodo con la propria comunità. Solo sulla base di questo, poi, la raccolta darà i frutti”. Una strada, quella della raccolta fondi online, che se per le grandi organizzazioni è una opportunità, per quelle medie o piccole diventa una scelta “obbligata”, aggiunge Ferrara. “Lo spazio del fundraising sul territorio è limitato da grandi organizzazioni che possono investire sul dialogo diretto oppure in televisione ma sono davvero molto poche; per tutte le altre organizzazioni le scelte sono abbastanza obbligate: difficilmente ci sono budget da investire e imparare a stare online diventa fondamentale. L’importante è non avere l’illusione che per costruire una pagina Facebook non siano necessari fondi e che non sia necessario anche il tempo.Costruire una relazione richiede molto tempo e competenze”.

Tuttavia, le raccolte online, almeno in Italia non hanno ancora i numeri del fundraising tradizionale. “La percentuale di italiani che donano con carta di credito è ancora oggi bassissima – spiega Ferrara -: stiamo parlando di un 4 per cento sull’online. Ma l’online è anche uno strumento di raccolta di indirizzi e contatti qualificati, per cui se dovessi prendere la percentuale di donatori a Terre des hommes che dona online con carta di credito è il 5-6 per cento, ma se andassi a prendere la percentuale dei donatori che mi sono arrivati attraverso l’attività online, questa percentuale, solo tre anni fa, era intorno al 90 per cento”.

A pesare sulle raccolte online è soprattutto il gap informatico sui donatori abituali. Nelle organizzazioni storiche una buona fetta dei donatori hanno oltre 60 anni e preferiscono i metodi di donazione tradizionali, spiega Ferrara, ma “solo sul direct mailing si rischiano di perdere quei donatori che oggi magari non sono neanche donatori, ma che crescendo e migliorando il proprio reddito un domani saranno più sensibili alle donazioni. Persone che oggi non aprirebbero mai una lettera spedita in maniera tradizionale”.

Per Facebook, l’esperimento della raccolta fondi online è riuscito, ma sul web le sconfitte non mancano. Sono tanti, infatti, gli insuccessi del fundraising online, soprattutto tra le piattaforme di crowdfunding, ma tra i tanti c’è anche qualche successo. “Attenzione ad innamorarsi di questo strumento – racconta Ferrara -. Sono nate tante piattaforme per incentivare la raccolta fondi online e sono state tutte un insuccesso. Le uniche che funzionano sull’online in maniera credibile sono la Rete del dono  (ad oggi ha raccolto più di 2 milioni di euro, ndr), perché utilizza molto la relazione tra le persone e le sfide sportive e Charity Stars che utilizza il meccanismo delle aste con ottimi risultati (in due anni ha raccolto più di 1,6 milioni, ndr) e con uno spazio molto ampio di crescita perché lavorano in maniera molto ‘targhettizzata’. È una particolare forma di raccolta che, come per le piattaforme di crowdfunding profit, prevede meccanismi incentivanti come l’aggiudicarsi un bene griffato, un’esperienza, la partecipazione ad un evento che sono meccanismi che hanno fatto il successo di alcuni casi di raccolta fondi profit”.

 

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