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Franchising, se non è sociale non funziona

Mentre nel profit è un modello in declino, nel non profit registra una crescita del 25% dei brand coinvolti e impiega 22mila persone. In tutta Europa sono 60 le realtà censite con una media del 60% di lavoratori disabili. E in Italia il 2016 promette di essere l’anno del boom.

Il 2016 farà rima con social franchising. Se fino ad oggi è stata solo una tendenza, l’anno che viene vedrà il lancio di nuovi brand. In prima fila il Consorzio Cgm (il più grande network di coop sociali in Italia), che ha in rampa di lancio ben tre marchi: la catena “Pane Cotto”, che partirà dalla Basilicata e mira a valorizzare e commercializzare produzioni artigianali locali con l’obiettivo di espandersi in tutte le zone ad alta intensità turistica del Paese; la catena di abbigliamento di seconda mano “Share”, con base a Milano dove la cooperativa Vestisolidale gestisce il primo esercizio, che ha in programma l’apertura di altri 5 negozi tra Varese, Lecco e Napoli; infine l’incubatore di startup innovative Trentino Social Tank, che punta a portare i propri servizi di formazione, incubazione e finanziamento in tutte le regioni. Anche Fondazione Dynamo, per finanziare il Camp ricreativo per bimbi con gravi patologie, ha lanciato Dynamo Café, per ora solo a Firenze, ma con l’obiettivo di arrivare in tutte le principali città italiane.
«Nel mondo profit lo stesso settore è in regressione», spiega Flaviano Zandonai, ricercatore di Euricse. «Il brand nel Terzo settore ha senso perché c’è la necessità di veicolare non solo un prodotto ma anche un valore etico e una sfera di competenze condivise». Una crescita che avviene in tutta Europa.
Le realtà censite nell’eurozona sono 60, con una media del 60% di lavoratori disabili. Di queste 33 (erano solo 18 nel 2011) sono legate al Network europeo (European social franchising network). Un mercato che ha registrato una crescita del 25% dei brand coinvolti e impiega 22mila persone.
L’italiana Le Mat, che lavora in ambito turistico, è considerata l’esperienza scuola: «il nostro modello non impone loghi o colori. Il franchising si basa su un business model replicabile fondato su processi comuni», spiega la general director and brand manager, Renate Goergen. Quello di Le Mat è un marchio senza proprietari unici ma condiviso tra i 14 soci italiani. Oggi può contare 16 realtà affiliate, per circa 8/10 occupati a struttura. «L’affiliazione costa 500 euro l’anno. Poi ci sono i servizi, ma non sono obbligatori», sottolinea Goergen.
A Genova è partita da poco una catena di gelaterie. «Si chiama “È buono”, ed è una proposta pensata per quei ragazzi cresciuti in case famiglia e comunità che al compimento della maggiore età rischiano di rimanere soli», spiega Fabio Gerosa, dg della Consulta Diocesana di Genova, che insieme alla coop Agevolando ha costruito il progetto. «Abbiamo 30 ragazzi che stanno facendo formazione, di cui 15 hanno sostenuto tirocini. I primi 10 sono già pronti a partire con le loro piccole imprese. Ogni attività sarà per il 51% del ragazzo e per il 49% nostra. Siamo il socio di minoranza che mette a disposizione il capitale di partenza: circa 150mila euro per punto vendita. Denaro che ci viene restituito nel tempo venendo accantonato in un fondo che useremo per finanziare nuove imprese», chiarisce Gerosa. “È buono” nel 2016 sbarcherà anche a Bologna e Milano.
In Toscana c’è invece “I buoni frutti”, un sistema di franchising per lo sviluppo dell’agricoltura socia- le proposta da AiCare in partnership con l’Università di Pisa. Ad oggi conta sette affiliati in sei province. Paola Scarpellini, presidente di AiCare: «Occupiamo già 48 persone di cui 20 sono soggetti deboli. Il nostro fatturato è di circa 900mila euro».

Vita: http://www.vita.it/it/article/2015/11/11/franchising-se-non-e-sociale-non-funziona/137335/

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