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Dallo sbarco all’hotspot: come si decide il destino dei migranti

Su redattoresociale.it un dettagliato racconto dello psicologo Francesco Rita dall’hotspot di Pozzallo, in cui opera come operatore di Medici Senza Frontiere. Rita intervenuto durante un’iniziativa a Roma, organizzata dal Laboratorio 53, ha fornito un quadro raccapricciante del centro di Pozzallo, fatto di distinzioni arbitrarie tra migranti economici e richiedenti asilo, espulsioni lampo, uso di metodi ingannevoli per ottenere le impronte dei migranti senza alcuna informativa sui loro diritti. “Al porto ci sono tutti, carabinieri, polizia, Croce Rossa, funzionari di Frontex -afferma-. Prima sale l’Usmaf (Ufficio di sanità marittima, ndr) che controlla lo stato di salute dei naufraghi, che poi scendono in fila indiana, a piedi nudi, frastornati. La polizia fotografa il viso di ciascuno e fornisce un braccialetto. Poi i profughi sono portati in pullman per i 20 metri che separano dalla tenda triage di Msf”. Per prima cosa si procede a verificare le condizioni di salute di chi sta per sbarcare e in caso di malattie all’isolamento e alle cure. I naufraghi vengono perquisiti a fondo. Poi, “un funzionario di Frontex fa le domande anagrafiche, a cui negli ultimi tempi ne è stata aggiunta una: ‘perché sei qui?’ se la risposta è ‘per lavorare’ saranno espulsi in due giorni, anche se non sanno perché, anche se non sanno cosa significa asilo, anche se sono costretti a rispondere dopo giorni di mare, in cui hanno rischiato di morire”. Nel maggio 2015, la Commissione europea ha adottato l’Agenda europea sulle migrazioni che stabilisce una serie di misure per affrontare le sfide poste dai crescenti flussi migratori a breve, medio e lungo termine. Una delle misure chiave di questo pacchetto è stata la “Proposta di decisione del Consiglio che istituisce misure provvisorie in materia di protezione internazionale a beneficio di Italia e Grecia” presentata dalla Commissione e sulla quale il Consiglio GAI ha raggiunto un orientamento generale il 20 luglio 2015. L’hotspot è un metodo per distinguere fra gli stranieri appena sbarcati chi ha i requisiti per richiedere asilo e chi è arrivato come migrante economico. Questa distinzione è fatta attraverso dei colloqui e tutta la procedura è portata avanti dalla collaborazione della polizia italiana con i mediatori della polizia, i commissari di Easo, Frontex, Europol e l’Uhncr. I richiedenti asilo saranno indirizzati successivamente agli hub (gli ex Cara), mentre coloro che verranno identificati come migranti economici verso un Cie, o riceveranno un decreto di respingimento o espulsione.L’idea dell’hotspot ha fatto la sua comparsa nelle direttive europee 2013/33/UE e 2013/32/UE relative all’accoglienza e alle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, recepite dall’Italia attraverso il decreto legislativo 142. Secondo gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) la prassi usata negli hotspot è frutto di forzature o violerebbe alcuni principi della nostra costituzione. Per esempio, il decreto non parla di identificazione in luoghi chiusi, come invece avviene, e nemmeno di identificazione forzata, come invece di fatto avviene, anche se in Italia il fermo amministrativo può durare fino a 72 ore avvisando un giudice. Molti migranti continuano a usare forme di resistenza passiva e a opporsi al riconoscimento. Questo entra in contraddizione con le volontà che hanno ispirato l’istituzione degli hotspot, ma la coazione fisica non è prevista dalla legge. Lo stesso principio vale per la presa delle impronte digitali, spesso estorte informazioni false rassicurando i più restii con la promessa che non saranno usate o trattenendo gli interessati a oltranza, fino all’ottenimento delle impronte digitali. Francesco Rita racconta ancora che “i migranti considerati economici in due giorni vengono messi alla porta con un decreto di espulsione con mezzi propri: ma non capiscono, e restano davanti al cancello finché non dicono loro di andare via, e allora si disperdono nelle campagne circostanti, andando a ingrossare le fila del lavoro nero. 38 espulsi hanno vagato per Pozzallo sotto la pioggia finché il sindaco è intervenuto facendoli rientrare, un altro si è lamentato talmente tanto che il poliziotto gli ha stracciato il decreto e lo ha fatto rientrare. Il fatto è che alcuni poliziotti ci hanno detto informalmente che hanno delle quote di espulsione da rispettare, indipendentemente da chi arriva”. Con la confusione dell’arrivo, il sonno e le privazioni del viaggio, in mancanza di una corretta informazione, è facile che i migranti intenzionati a richiedere asilo si contraddicano da soli. Nulla vieta loro di ripensarci, se non fosse che, ricevuto il decreto di respingimento o espulsione, qualora volessero poi fare domanda dovrebbero attendere l’esito della richiesta da dentro a un Cie, nel quale possono arrivare a trascorrere fino a 12 mesi.Gli stranieri non ricevono le dovute informazioni e o finiscono nei Cie o vengono abbandonati a loro stessi, uscendo dal percorso dell’accoglienza.

http://dirittisociali.org/attualita/2015/11/dallo-sbarco-all’hotspot-come-si-decide-il-destino-dei-migranti.aspx

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