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Non profit e fundraising: ecco cosa cambierà nel 2016

L’analisi di Valerio Melandri, docente di non profit e fondatore del portale dedicato fundraising.it. Tra i sui consigli. “gratificare il donatore”, più attenzione ai social e soprattutto largo a fundraiser preparati, formati e professionali. “Spendere soldi nel fundraising non è uno spreco, ma un investimento”

Spendere soldi nel fundraising non è uno spreco, ma un investimento”: facile a dirsi, ma a quanto pare molto più difficile, per le aziende non profit, metterlo in pratica. Sarebbe invece ora di dire “addio ai baby boomers senza preparazione”, perché oggi il fundraising “è materia di studi, corsi, master. Come cambierà il fundraising nel 2016? Quali saranno le tendenze, quali i protagonisti e soprattutto, quali le strategie da seguire per essere efficaci? Alcune indicazioni utili arrivano da Valerio Melandri, esperto in materia e promotore del portale italiano dedicato www.fundraising.it e del primo blog sulla raccolta fondi.

Il primo consiglio è “maggiore attenzione al donatore. Basta con le non profit che si mettono al centro delle campagne! – suggerisce Melandri – Il protagonista è il donatore”. Di qui la “parola d’ordine: gratificare il donatore”.

Seconda indicazione: “tutti su Facebook. Il social fundraising – scrive infatti Melandri – ha un vantaggio: anche un’organizzazione di livello locale può raggiungere donatori di tutto il mondo. Ma ha anche uno svantaggio: non è facile per niente! Molte organizzazioni hanno tentato di implementare campagne sui social. Quasi tutte hanno fallito”. Nel 2016, insomma, bisognerà tentare ancora.

Terzo consiglio: “un nuovo tipo di fundraiser”, che abbia “più teoria”, sia “professionale e più formato” e sappia fare “concorrenza” alle altre aziende. Ma se da un lato occorre far largo al nuovo, non tutto il “vecchio andrà abbandonato: il “direct mail”, per esempio, non morirà, perché “il digital funziona”, ma non è pronto a sostituire la carta a livello di marketing. Sono invece superati e quindi destinati a soccombere i “servizi di rating delle non profit”, che per Melandri “impediscono alle organizzazioni di portare avanti strategie orientate al profitto. Meno profitto, meno soldi per le mission. Se vi sembra che abbia senso…”.

Per finire, “mettetevi il cuore in pace: i giornalisti continueranno a pensare che se lavorate nel nonprofit, dovete fare la fame. Non importa quanto siete bravi e quanto fate guadagnare le vostre organizzazioni. Capiranno mai che spendere soldi nel fundraising non è uno spreco, ma un investimento? Forse nel 2017…”, conclude Melandri.

Fonte: Redattoresociale

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