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Eutansia attiva. A Bruxelles c’è chi grida “Viva la muerte”

In Belgio, nel 2015 si sono registrate 2.021 richieste di eutanasia con un aumento del 6% rispetto al 2014. Oggi c’è chi vuole estendere il “diritto” a praticare l’eutanasia attiva – ossia a dare la morte tramite farmaci – anche a soggetti la cui sofferenza psichica sia conclamata. Ma chi decide su questa sofferenza? E scoppia il caso-Tine Nys, uccisa nel 2010 in seguito a una separazione coniugale. I medici le diagnosticarono l’autismo per legittimare il proprio intervento.

Possono una malattia mentale o un disagio psichico essere causa di una tale sofferenza da giustificare l’eutanasia attiva? Il Belgio è da tempo impegnato in questa discussione. Oggi il tema è tornato d’attualità anche perché il professor Dominique Lossignol, uno dei più rinomati specialisti belgi di cure palliative, oltre che primario all’Institut Jules Bordet (ULB) ha riproposto la questione affermando che sì, la sofferenza psichica può essere una ragione sufficiente per legittimare il ricorso all’eutanasia. Per Lossignol chi afferma il contrario vorrebbe mettere in dubbio il dispositivo stesso della legge che depenalizza l’eutanasia attiva. Contraria a questa pozione è Ariane Bazan, professoressa all’Università di Bruxelles.

Il problema è al centro del dibattito che si sta avviando alla Commission nationale de bioéthique che, martedì, è tenuta a pronunciarsi sul tema delicatissimo della sofferenza psichica. Ricordiamo che in gioco c’è il futuro di decine di disabilit gravi: malati di Alzheimer e affetti da demenza o da deficit psichico. Chi deciderà per loro? Su quale bilancia verrà fatta pesare la loro vera o presunta sofferenza? Chi deciderà per chi?

In Belgio, nel 2015 si sono registrate 2.021 richieste di eutanasia con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente.

Mentre anche l’Italia si appresta a discutere un progetto di legge sull’eutanasia declinato in temini che definiremmo patetici, se non ci fossero di mezzo tante tragedie, in Belgio, dove è stata depenalizzata dal 2002, scoppia il caso di Tine Nys.

In Belgio possono ricorrere alle pratiche di morte assistita coloro che certifichino una “sofferenza fisica o psichica costante e insopportabile” che non può essere alleviata. Dal febbraio del 2014, questa eutanasia è stata vergognosamente estesa anche ai minori.

Torniamo a Tine Nys. Chi era? Era una ragazza di 38 che, dopo una separazione dal compagno, nel 2010 chiese di farsi dare la morte perché “la sofferenza era troppo grande”. Poiché non era possibile diagnosticarle una “malattia mentale incurabile”, i medici ricorsero a un trucchetto: le fecero una diagnosi di autismo e procedettero, senza passare per il vaglio della Commissione.

Oggi, le sue sorelle contestano ai medici superficialità, sensazionalismo e, soprattutto, un tradimento della loro missione: avrebbero dovuto proporre altre strade, essere fedeli al dovere di cura, assistenza, fiducia e non assecondare una volontà reversibile della ragazza e dei suoi famigliari (al tempo consenzienti). Torniamo al punto di prima: chi decide per chi? la risposta è semplice: la tecnostruttura, la burocrazia, il biobusiness, il vuoto che abita le istituzioni e le divora.

“Sono troppe le lacune in questa legge”, spiega il senatore, ex Ministro delle Finanze, oggi a capo del gruppo cristiano-democratico fiamminco (CD&V) Steven Vanackere.

Vanackere ha precisato che non si batterà per l’abrogazione, ma per una revisione della legge. In particolare, ciò che il senatore contesta è la deriva eutanasica che la legge favorisce. Il concetto di “sofferenza psichica” introdotto dalla legge non è chiaro, secondo l’ex Ministro, e apre a interpretazioni troppo individuali, persino “lassiste” da parte dei medici.

L’irreversibilità di questa pratica, applicata a condizioni reversibili (il caso di Tine Nys riguarda una ragazza sofferente dopo la rottura di un legame affettivo un caso che si è prestato a interpretazioni arbitrarie, oltre che scorrette) configura una società tanatologica che ha trasformato la Commissione di controllo sull’eutanasia in una farsa: i medici controllati sono anche i controllori. Fanno parte di questa commissione di controllo anche i membri di una associazione che fin dal nome rivela il proprio orientamento: Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité.

Una brutta storia che conosciamo bene anche in Italia, quella del conflitto di interessi. Ma evidentemente quella del conflitto di interesse è una pratica diffusa anche tra le nebbie di Bruxelles.

Se Steven Vanackere auspica una revisione della legge, c’è chi propone addirittura un’estensione a tutti coloro che abbiamo malattie degenerative. Questa opzione ha più probabilità di essere accolta dal legislatore, vista l’opinione pubblica favorevole all’eutanasia attiva (che consiste, ricordiamolo, nel determinare o accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci letali. Ben diversa è l’eutanasia passiva, che prevede la morte del malato per sospensione o per la non somministrazione di alcuni farmaci). Le neuroscienze, affermano gli assertori dell’eutanasia attiva di massa, oggi danno la possibilità di comprendere molte cose, tra cui il limite fra coscienza e incoscienza.

Questa l’opinione dei pro-eutanasia che, oltre alle neuroscienze, chiamano a propria difesa anche la genetica: è possibile determinare a priori quale e quanto sarà il carico di sofferenza di un individuo. Quindi? Quindi si potrà decidere se limitarne o l’accesso alla vita (aborto estensivo) o interrompere il suo cammino nell’esistenza (eutanasia attiva su minori). La domanda è sempre la stessa: chi decide per chi? E la risposta è sempre la stessa: i medici e le tecnostrutture.

Perché non si esce allo scoperto e non si spiega chiaramente che i sistemi di welfare trarrebbero beneficio dalla soppressione di massa di figure scomode come disabili e sofferenti? Non è forse venuto il tempo di gettare la maschera e affrontare le cose chiamandole col proprio nome?

Viviamo in una società dove alle scienze biomediche è assegnato il diritto esclusivo di rispondere alle domande sulle cose ultime, fondamentali per la vita e costitutive per la dignità di tutti. Dietro la maschera di parole come “libertà”, “legalità”, “eutanasia” o “diritto” si nasconde una questione tanto cruciale, quanto insidiosa: quella della delega in bianco consegnata nelle mani di un sistema amministrato da cinici burocrati della morte.
Il Belgio è l’avanguardia di questa deriva. Che siano laici, democratici e liberari a intonare il vecchio grido falangista del “¡Viva la muerte!” aggiunge inquietudine al ribrezzo.

Fonte: Vita

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