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Quanti profitti devono fare le non profit?

“Quanti profitti devono fare le non profit?” è il titolo di un articolo di Woods Bowman pubblicato nel 2013 e recentemente riproposto da Nonprofit Quaterly. Si tratta di un riflessione particolarmente interessante soprattutto in una realtà come la nostra, in cui molti sono convinti che gli enti non profit non debbano fare profitti, mentre il vincolo è sulla distribuzione, non sulla loro generazione che è invece necessario perseguire. (See more at: http://www.fondazione-comasca.it/quanti-profitti-devono-fare-le-non-profit/#sthash.akOChmyc.dpuf)

Infatti, senza un surplus che permetta di conservare il giusto rapporto fra il capitale e gli altri fattori produttivi, l’ente non profit si condanna al fallimento, in quanto finisce necessariamente per deprezzare il proprio capitale e quindi peggiorare la qualità dei servizi erogati, con le conseguenze che è facile immaginare, anche in termini di sostenibilità di lungo periodo.

Per capire quale sia il livello di profitto che un ente non profit deve conseguire se non vuole depauperarsi, l’autore suggerisce di moltiplicare per il tasso d’inflazione il rapporto fra il patrimonio netto e i costi operativi. Naturalmente nel caso di Fondazioni o di altri enti che hanno capitali investiti con l’obiettivo di generare reddito, tali importi dovranno essere tolti dal valore del patrimonio netto.

Praticamente questo significa che più alto è il patrimonio netto rispetto ai costi operativi, più alto sarà il tasso di profitto che sarà necessario conseguire. Praticamente questo significa che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il profitto che dovrà conseguire un ente che ha la sede di proprietà dovrà essere maggiore rispetto a quello che ha la sede in affitto.

Qualora l’ente non dovesse conseguire un surplus adeguato o lo dovesse conseguire solo parzialmente, se non si vuole minare la propria sostenibilità, è necessario programmare delle periodiche campagne di raccolta fondi destinate a ripristinare il capitale che si sarà nel frattempo deprezzato.

Non essere consapevoli di queste verità potrebbe trasformarsi in un grosso rischio per la sostenibilità di lungo periodo del terzo settore del nostro paese. Acquistare una simile coscienza e superare un’astratta visione secondo la quale gli enti non profit non devono perseguire un profitto, ma possono accontentarsi del puro pareggio deve perciò essere considerata una priorità per chiunque sia convinto del ruolo strategico che il privato sociale dovrà necessariamente svolgere per creare quella società solidale e sussidiaria da tutti invocata.

Fonte: Confini Online

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