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Cardini – Onore – Il Mulino

«Onore» appartiene alla fascia dei termini desueti che ci tocca in qualche modo rivitalizzare. Franco Cardini ne ha scritto di recente in una collana dell’editore il Mulino di Bologna intitolata «Parole controtempo», parole fuori moda. Ma che cosa è mai l’onore? E se è così datato, a che scopo parlarne, soprattutto nell’ambito del sistema politico democratico nel quale viviamo, peraltro non in ottima salute?

La democrazia e la sua attuale crisi

Che lo stato di salute della democrazia non sia dei più floridi, e non soltanto di certo in Italia, è davanti agli occhi di tutti. Il tasso di credibilità delle istituzioni della democrazia rappresentativa è sempre più basso; la gente ha sempre meno interesse verso i partiti e le elezioni, mentre gli eletti si sganciano sempre di più rispetto agli elettori, arrivando a formare una “casta” separata e autocelebrantesi. Viene meno la discriminante destra/sinistra e con essa la rappresentanza dei gruppi svantaggiati di cui la sinistra è sempre stata sostenitrice, e questo è un grave problema (anche) filosofico perché non basta riempirsi la bocca del «bene del paese» se non si sa quale bene si vada cercando. Anche l’attuale Presidente del consiglio italiano andò a Arcore a inchinarsi al potente giustificandosi col fatto che lo faceva «per il bene di Firenze»: quale?

Se poi a questo panorama si aggiunge l’avanzare della diseguaglianza economica tale per cui nella stessa azienda vi sono persone che incassano (mi vergogno di dire guadagnano) cento o duecento volte tanto quanto riceve un impiegato del più basso livello; o il fatto che i prodotti di lusso si vendano come non mai quando la gente non ha i soldi per arrivare alla fine del mese, resta da chiedersi se democrazia, eguaglianza e diritti abbiano più senso e soprattutto se siano compatibili col dominio del capitale finanziario e coi giochetti delle società per azioni.

Gli impegni che non impegnano

Guardiamo ora a un altro aspetto tipico delle nostre società democratiche: il nucleo di significati che girano intorno all’impegno: patto, promessa, vincolo, obbligazione in prospettiva morale e interrelazionale. Bene, oggi è aumentata la resistenza ad assumere e rispettare impegni e obbligazioni, a causa della spiccata propensione verso gli impegni che non impegnano e le promesse non vincolanti, revocabili, riformulabili e negoziabili. Si tratta del tema del declinare della coerenza, messo in rilievo da Robert Nozick e più volte ripreso da Remo Bodei; esso spiega che non ci sentiamo particolarmente legati a impegni precedentemente assunti in quanto il flusso della storia, della nostra storia individuale intrecciata con quella del mondo circostante, modifica tutto, comprese le decisioni passate. Tutto ciò a noi sembra molto umano, quasi una costante del comportamento e del carattere, ma in realtà è una posizione che ha modificato nel tempo quello che era il carattere ferreo dell’impegno pattuito, di cui divinità garante era, nel mondo romano, Fides, la fedeltà/fiducia. Oggi invece assistiamo apatici ai cambiamenti di posizione dei politici, esaltiamo l’elogio del perdono nel caso dei peggiori tradimenti amorosi, politici e intellettuali; accettiamo l’idea del condono e magari anche del fatto che i debiti contratti in fondo si possono anche non pagare. Tutto ciò non sarebbe soltanto una caratteristica dei nostri politici quanto il risultato di una tendenza cresciuta nella società moderna, a sottolineare il peso del tempo e delle trasformazioni che esso introduce nell’impegno preso, che sia esso un semplice appuntamento, un matrimonio o un debito economico.

L’onore tramite la parola d’onore

Scadono i patti, scadono gli impegni, tanto più quelli presi sulla parola. La parola? La parola, anche se sembra così anacronistico, così fuori moda ai tempi liquidi e fluidi di Internet, d’onore, quella che i greci chiamavano mythos anankàîos, la parola necessitante, la parola che vincola. La parola d’onore suggella il patto, come il sigillo suggella la ceralacca quando è ancora morbida: ti do la parola, cioè la parola performativa, la parola che nel venire enunciata compie un’azione, quella della promessa e dell’impegno, dove l’onore è chiamato a introdurre la condizione finale: se non rispetto il patto dopo che ci ho messo l’onore, perdo la faccia e la reputazione.

Onore e gloria 

Eccoci giunti all’onore tramite la sua parola dunque; all’onore che è termine spesso accoppiato a quello di gloria, con la quale condivide la nozione di riconoscimento – diremmo oggi – o di premio – si sarebbe detto in passato – di una virtù, di una eccellenza: l’onestà. Come un dottorato honoris causa, che riconosce una prestazione eccellente e la premia con un titolo. Honor, diceva la tradizione romana, est praemium virtutis; la stessa tradizione che affermava che anche gloria è ricompensa di una virtus che di per sé impone solo fatiche e sacrifici. La gloria conquistata con azioni virtuose è quasi sinonimo dell’onore raggiunto con attività oneste e di beneficio alla comunità. E qui risiede la grande differenza con la nozione di celebrità: perché a differenza degli eroi, le celebrities, attori, cantanti, sportivi, nulla fanno per il bene degli altri, se non forse regalare loro qualche momento di svago con le loro frivole performances.

A noi interessa anche raccogliere il concetto di onestà qui collegato all’onore: onestà e onore fermentano infatti nello stesso brodo concettuale di origine latina. Honos e honestus fanno parte infatti dei concetti di base indispensabili per la comprensione della sensibilità dei romani. Alla base del concetto di honos c’è una forza verbale che sottolinea l’intervento esterno: io riconosco te. Anche nell’honos romano come nella timé greca è in gioco infatti la forma esterna, l’atto di riconoscere onore a qualcuno, piuttosto che la forma interna di provare senso di onore. La più importante derivazione dal sostantivo honos è l’aggettivo honestus, che significa originariamente «degno di onore», «degno di riconoscimento», ma che ben presto si trasforma in concetto morale, passando dal designare «ciò che è degno di riconoscimento da parte della gente», ciò che è bene, ciò che è moralmente buono, in sintonia con la traduzione, privilegiata da Cicerone, del grecokalòn (il bene morale) non con pulchrum ma proprio con honestum. Insomma honestum indica la misura del corretto comportamento umano, la norma assoluta della sfera etico-morale, pur conservando sullo sfondo quel senso di «degno di riconoscimento» che riconduce il principio all’ambito dei rapporti sociali. Cresciuto sul terreno del riconoscimento e dell’onore proprio dell’honos, l’honestum passa con Cicerone a definire il bene e il lodevole in sé; e sarà in questo senso che verrà rilevato dalla teologia e dalla terminologia scolastica e filtrerà poi nel nostro stesso linguaggio, fino al momento nel quale subirà – in anni a noi recenti – una torsione economica, andandosi a incistare nella sfera del denaro: onesto diventerà così chi non ruba, non corrompe, non froda.

L’onore degli onesti

Onore è comunque un concetto complesso e polisemico, che da sempre racchiude i sensi di rispetto e riconoscimento, ma anche quelli di onorificenza e carica pubblica (come nel cursus honorum), trattamento preferenziale, rango. L’operazione che io propongo qui di fare è di spogliare i termini da incrostazioni quali l’onore delle società di ancien régime, l’onore aristocratico, il duello d’onore, il delitto d’onore con tutto il suo armamentario di un onore maschile dato dall’onestà (nel senso di castità) femminile, di compiere insomma un’operazione di ripulitura dell’onore per riproporlo come una virtù democratica, un onore, come dice il titolo di un mio saggio, degli onesti. L’onore democratico è nella mia proposta qualcosa di più della dignità e del rispetto. Questi vanno infatti riconosciuti a ogni animale umano (e forse anche non umano, e forse anche a entità naturali come il paesaggio, e a enti artificiali come le opere d’arte e di cultura); l’onore è invece un valore di cui ciascuno è responsabile, è un rispetto meritato, una dignità attiva.

Ho appena esposto alcuni degli argomenti contenuti nel mio saggio del 1998, L’onore degli onesti, elaborati e affiancati da molti altri nel libro Onestà, uscito nel 2014. Non mi sono trovata sola nel condurre questa operazione di riportare l’onore nell’ambito della discussione pubblica ma ho avuto almeno altri due compagni di strada, i quali come me non considerano l’onore un relitto del passato da mandare a impolverarsi in soffitta ma hanno cercato di riabilitarlo e reintrodurlo nella filosofia politica. Sono i due filosofi politici contemporanei, Avishai Margalit e Anthony Kwame Appiah, e i principali loro testi che trattano dell’onore sono relativamente La società decente, del 1996 e Il codice d’onore, del 2010.

Il primo libro non ha l’onore nel titolo ma ce l’ha nell’anima, per dir così; il suo autore è infatti un ebreo israeliano che insegnava alla Hebrew University di Gerusalemme, quando scrisse il libro, che è una traduzione dall’ebraico. La società decente è, nella definizione di Margalit, una società che rispetta la dignità dei suoi membri non umiliandoli, dove umiliare e umiliazione (gettare a terra, humus, in senso letterale, gettare in discredito in senso figurato o metaforico) sono pratiche che ledono il rispetto e l’autorispetto.

Ma umiliazione è in particolare uno degli antonimi principali di onore, dove l’altro è vergogna. Ma mentre con la vergogna la persona assume su di sé la responsabilità dell’azione considerata scorretta, quindi si vergogna, nel caso dell’umiliazione la persona subisce una sottrazione di onore e rispetto da parte di altri, indipendentemente dal suo comportamento. L’azione del vergognarsi è riflessiva e la persona perde l’onore agli occhi degli altri e ai propri, quella dell’umiliare è data dall’esterno, spesso soltanto per esprimere un rapporto di forza. Nel mondo antico Aiace si suicida per vergogna, l’imperatore Valeriano subisce l’umiliazione di essere messo a terra e trattato come uno sgabello; nel nostro mondo, alcune pratiche dello stato sociale umiliano e stigmatizzano coloro che hanno perso il lavoro e che si trovano in condizione di bisogno. Una società decente non si comporta a questo modo perché in essa ogni persona merita l’onore dovuto, un onore universale e universalistico che Margalit di fatto fa quasi coincidere con dignità e rispetto dal momento che è a tutti dovuto semplicemente in virtù del fatto di essere persone, ma che il nostro autore si ostina a chiamare onore; forse perché il termine è pregnante, forse perché la parola è gravida di senso con tutto il suo peso, almeno in ebraico, dove la parola per onore è kavod, derivato dall’aggettivo kaved che significa pesante, carico di beni, di proprietà. Si potrebbe pensare a qualcosa di simile per il latino, dove abbiamo honos (onore) e onus (peso, carico), avvertibile anche in italiano nel gioco linguistico tra onore e onere, ma dove quell’acca sembra ergere tra di essi un confine invalicabile.

L’altro autore che è tornato a interessarsi in tempi più vicini a oggi dell’onore è Qwame Anthony Appia, filosofo statunitense di origine britannica e ghanese, che definisce l’onore non soltanto in relazione allo sguardo e al riconoscimento degli altri, ma anche come forma di autorelazione della persona comprendente il riconoscimento e la stima di sé. L’onore interviene secondo Appiah nelle rivoluzioni morali, quando un certo mondo d’onore entra in competizione con un altro mondo d’onore alternativo, il quale, imponendosi, rende le consuetudini vigenti oggetto di ridicolo e di disprezzo altrui, suscitando imbarazzo e vergogna in chi le pratica. Il cambiamento si rende possibile quando la propria pratica non è più reputata onorevole ma viene percepita, all’interno ma grazie anche allo sguardo dall’esterno, come stato di arretratezza. Non sono importanti tanto le condanne esterne, viste per lo piú come intrusive e quindi ignorate, ma la pressione interna dei gruppi più avanzati, sulla quale occorre che agisca l’incoraggiamento esterno. Gli esempi proposti da Appiah sono il duello in Europa, la schiavitú negli Stati Uniti, la fasciatura dei piedi in Cina e la violenza contro le donne in Pakistan.

L’appello viene comunque fatto all’onore perché l’onore conta; lo affermava anche un giornalista e saggista dello scorso secolo, Indro Montanelli, persona di ingegno acuto, anche se di errori ne aveva fatti eccome, primo perché era stato fascista e secondo perché aveva appoggiato il Berlusconi prima maniera. In risposta alla lettera di una lettrice che si lamentava della disonestà dei politici, Montanelli rispondeva lapidariamente, sul Corriere della Sera dell’11 ottobre 1996: «I buoni stipendi non bastano per conservarsi onesti: bisogna sapere che cos’è l’onore». Il senso della frase si ricava pensando al fatto che la soluzione più frequentemente avanzata di fronte alla tentazione di coloro che maneggiano grandi somme di denaro è di pagar loro grandi somme di denaro. Lo aveva ben capito Machiavelli, quando esortava il principe a dare «onori e cariche al ministro, acciò che non abbia a desiderare ancora più onori». Questa è la linea di chi risolve i problemi unicamente con l’economia e senza la filosofia; chi invece si ostina a pensare (come Appiah, come Margalit) che anche le idee svolgono la loro parte, noterà che non basta l’oro degli stipendi d’oro a placare la fame d’oro, anche se ciò, diciamolo, aiuta. Bisogna anche sapere che cos’è l’onore. Bisogna per esempio sapersi vergognare, perché la vergogna è un ottimo indicatore del fatto che si percepisce di aver commesso un’azione disdicevole; bisogna non soltanto ascoltare la voce della coscienza, legata al senso di colpa, ma anche temere il giudizio degli altri, purché questo sia critico e non compiacente. Bisogna avere idea di che cosa significano onestà, impegno, fedeltà/fiducia.

Anche Franco Cardini, nello studio sull’Onore sopra citato, effettua una sua riproposta del medesimo, esaltandolo in maniera non ben argomentata come valore cristiano, sostenuto dalla fede in «un Dio fatto Uomo». Rifacendosi alle parole del Pontefice Cattolico Romano Mario Bergoglio, Cardini propone di sostituire sia l’onore particolaristico sia anche la dignità universalistica con un nuovo senso dell’onore situato nella cultura dell’amore per il Dio cristiano «povero e crocifisso». Non una parola viene spesa da Cardini per condannare la riduzione dell’onore femminile agli aspetti della condotta sessuale, ma molte parole vanno invece a mettere sullo stesso piano la scelta di combattere per l’onore dei camerati aderenti alla repubblica di Salò e quella di lottare per la libertà di antifascisti e partigiani. Non è questo l’onore, vecchio o nuovo, che mi interessa.

Onore e impegno

Della attuale volubilità dell’impegno e della parola che lo sanciva abbiamo già detto; vorrei tornare su quel punto presentando un caso non recente di esercizio di contratto verbale solido, di epoca rinascimentale: il caso dell’impegno pattuito tra Shylock e Bassanio ne Il mercante di Venezia di Shakespeare. Impegno è tra l’altro un termine la cui etimologia si richiama a un senso di saldezza e compattezza; deriva infatti dal verbo latino pango e dal greco pégnymi, voci foriere di significati quali «fermare, consolidare, fortificare», ma anche «rendere solido, gelare coagulare». Il pegno e l’impegno istituiscono una garanzia grazie alla quale qualcosa che era fluido e instabile diventa fisso e solido, come la ceralacca indurita. Le parole volano e fluiscono, ma la parola si ferma, si consolida, si gela, si ghiaccia.

Il dramma di Shakespeare solleva il sipario su un mondo in cui il contratto verbale fondato sulla parola aveva la consistenza della pietra e del ghiaccio; era vincolante come il logos anankàîos, aveva la forza di generare diritti e rivendicazioni e la dignità di essere rispettato da leggi e autorità anche di alto grado.

Nella Venezia che istituì i ghetti nel quartiere delle antiche fonderie, gli ebrei erano considerati alla stregua di bestie, né Shakespeare era da meno, quando mette in bocca a Shylock la proposta oscena di tagliare una libbra di carne viva dal corpo di Antonio nel caso Bassanio non paghi i debiti all’usuraio. Eppure il contratto, anche se verbale, anche se stipulato da un ebreo, è degno di rispetto; Shylock conosce il suo diritto e sa che la parola che lui e Bassanio si sono dati è legittima. Sarà soltanto l’intervento di Porzia, la quale, travestita da avvocato, spiegherà che l’amputazione della carne andrà compiuta senza versare nemmeno una goccia di sangue cristiano, a sciogliere la situazione a favore di Antonio: nemmeno il Doge può infatti fermare il corso della legge e infrangere la parola che per tutti vale, Veneziani e stranieri, permettendo a Venezia di prosperare. Una parola d’onore, potremmo chiamarla, solida e attendibile, che fa sì che si possa avere fiducia in chi la pronuncia.

Onore e fiducia

Si tende ad aver fiducia in chi si comporta in maniera retta e corretta. Molto spesso però chi concede fiducia non è sicuro delle intenzioni dell’altro ma è invitato o costretto dalle circostanze ad averla: non sa se la persona cui concede fiducia è onesta e si comporta onorevolmente

Introduciamo qui anche l’argomento etimologico ma non nelle lingue neolatine quanto nelle lingue nordiche, dove fiducia e fidarsi si dice trust (ingl.), trauen (e Vertrauen in ted.), vörtroende in svedese, vertrouwen in olandese. Alla base di questi vocaboli c’è una comune radice dell’antico verbo norreno “treysta”, che ritorna nell’aggettivo traust (solido, steadfast) e nell’antico anglosassone trūwen; ma trūwen rimanda all’inglese true e truth, vero, verità. Le lingue nordiche mettono in rilievo il legame tra fiducia, solidità e verità, perché questo vero è coerentemente etico con quel che si dice. Vero è qualcosa di cui posso fidarmi perché è solido, onesto e sincero, giacché il termine honesty, pur avendo la stessa origine latina, nella lingua inglese, è molto più legato alla nozione di sincerità che nella lingua italiana. Noi conserviamo questo senso nell’avverbio “onestamente”, quando lo usiamo proprio nel senso di “per dire la verità”. Buona cosa per ottenere fiducia e mantenersi onorevoli, in ambito intersoggettivo, è dire la verità, dimostrarsi sinceri e onesti. Passiamo dunque al collegamento tra onore e onestà.

Appelliamoci ancora una volta a Shakespeare; questa volta al suo Otello, la tragedia nella quale più spesso ricorrono i termini honest e honesty e nella quale si può osservare come il significato si stia trasformando; honest può significare ancora buono e corretto (come nell’antico honestum), mentre il nuovo senso di honest diventa quello di non mentire, non ingannare, mantenere le promesse, non rubare. L’aggettivo perde, se attribuito all’uomo, il senso di degno di ricevere onore, mentre per le donne esso conserva il senso di onestà sessuale, la virtù di chi si mantiene casta e pura.

Onore democratico

Per concludere ora mettendo insieme il termine onore con l’aggettivo democratico, diremo che è vero che abbiamo alle spalle un ventennio nel quale il dire una cosa oggi e smentirla domani era una pratica comune e accettata, e che un’intera generazione è cresciuta, in Italia, assistendovi, e temo ritenga normale ripeterli. Eppure vorrei spezzare egualmente una lancia sul fatto che anche in una democrazia, soprattutto in una democrazia, le persone, soprattutto quelle che detengono ed esercitano il potere, politico, economico, mediatico, non possano essere indifferenti all’immagine che esse si fanno di loro stesse e a quella che gli altri si fanno di loro, al loro onore insomma. L’onore e la sua parola sono fondatori di moralità, integrità, dignità, fiducia. Le società politiche democratiche sono unioni di ispirazione contrattuale; nel loro DNA (vedi Hobbes, Rousseau, Rawls) è sedimentata l’idea di un patto tra cittadini liberi e uguali; ma patto, promessa, parola, non fanno parte soltanto della genealogia ma presiedono in ogni momento al rapporto tra elettori e eletti, come pure alla gestione in generale della cosa pubblica. La promessa poi è una componente essenziale del comportamento umano, anche se è normale e giusto che vi siano, se motivate, deroghe, modifiche, sospensioni delle promesse.

E tuttavia se la promessa viene svuotata di ogni contenuto e più o meno mai rispettata, perde completamente di significato. Nelle società politiche democratiche non ci sono servi e padroni ma solo funzionari con mansioni di governo che hanno da essere non solo credibili e fidati ma anche leali e onesti, per essere onorevoli. La parola d’onore e la coscienza del proprio onore da parte dei politici, connessa alla loro posizione all’interno dello stato, insieme a un’opinione pubblica sveglia e attenta al comportamento «onorevole» che comprende il fatto di trattare gli avversari politici non come nemici da umiliare, ma come concorrenti da superare trattandoli con fairness nel quadro di regole stabilite, ne sono i presupposti indispensabili. Ci sono senza dubbio politici senza onore, disonorevoli più che onorevoli; quello che non si capisce è perchè continuiamo a mettere nelle loro mani la cosa pubblica. Ci sono anche politici d’onore e politici senza onore, anche commercianti e manager d’onore e commercianti e manager senza onore, così che sembra che essere politico, manager o commerciante sia una cosa, essere persone d’onore un’altra. Da una parte si può argomentare che lo siano; dall’altra convergono in uno se l’onorabilità fa parte del concetto del politico (manager, commerciante). Come il fatto di rendere sapidi i cibi fa parte della definizione di sale. Ci sarà un sale che sala poco e male e sarà un cattivo sale, e un politico poco onesto che sarà un cattivo politico. Ma un sale che non sala è sale? Un politico disonesto è un politico? È un onorevole? No perché l’onorevolezza e l’onore fanno parte del concetto del politico, anche se nessuno è perfetto.

Fonte: Doppiozero

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