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Non solo fashion week: la sfida (vincente) della moda etica

Tre storie di imprese che hanno puntato su abiti belli e con una storia da raccontare. Da made in carcere a Quid, passando per Auteurs du monde di Altromercato, i marchi che dimostrano come fare prodotti legati alla solidarietà sia, oggi più che mai, una sfida vincente

ROMA – 71 sfilate, 98 presentazioni, 32 eventi, tra mostre e inaugurazioni. Si apre a Milano la settimana della moda: fino al 27 settembre le più importanti griffe internazionali detteranno le regole sulle prossime tendenze primavera estate. E riaccenderanno i riflettori sul made in Italy e su un’industria sempre più produttiva. Ma oltre a quello dei grandi marchi, c’è un altro mondo che cresce nel nostro paese, di anno in anno: quello della moda etica. Abiti belli, ecosostenibili e con dietro una storia da raccontare. C’è chi ha puntato sul riuso e riciclo, chi su materiali che rispettano l’ambiente e chi, infine, sul reinserimento sociale di persone svantaggiate.

Tra i più famosi e riusciti marchi di moda etica c’è Auteurs du monde, firmato da Marina Spadafora, nota stilista italiana, e nato all’interno di Altromercato, il principale importatore in Italia di prodotti fair trade. Alla base del brand c’è l’idea della filiera trasparente, così come accade per il caffè e lo zucchero euqosolidali anche degli abiti prodotti si sa tutto: da dove vengono i tessuti, chi li ha cuciti e come. La collezione è, infatti, rigorosamente artigianale e le stoffe sono realizzate con fibre naturali. Non solo, ma a lavorarci sono persone che vivono nei paesi del Sud del mondo e che ricevono un salario equo. Una “fashion revolution”, dunque, come la chiamano ad Altromercato, che si contrappone alle dinamiche di sfruttamento dei lavoratori del tessile diventate visibili al mondo con la terribile strage del Rana Plaza in Bangladesh, quando si scoprì che nell’edificio di 8 piani, crollato nell’aprile del 2013, tra le 1133 vittime c’erano sarti che lavoravano a basso costo per le più grandi industrie di abbigliamento mondiale. “I piccoli gesti possono fare la differenza. Siamo tutti legati gli uni agli altri e quindi anche il semplice chiederci chi ha fatto i miei vestiti? Può determinare un nuovo modo di scegliere ciò che acquistiamo e magari può incoraggiare chi crea la moda a farlo in maniera più responsabile – sottolinea Spadafora, che oltre ad essere la direttrice creativa di Auteurs du Monde, coordina in Italia il Fashion Revolution Day. Una campagna nata in Gran Bretagna da un’idea di Carry Somers e Orsola De Castro, pioniere del fair trade, per ricordare l’anniversario del Rana Plaza. “Vogliamo creare, soprattutto nei giovani, una maggiore consapevolezza riguardo le abitudini e l’impatto che i nostri acquisti hanno sulla società e sull’ambiente – continua la stilista -. Solo quando il consumatore finale esigerà trasparenza e comportamenti etici dalle aziende da cui acquista si potrà vedere un cambiamento profondo, dettato dalla domanda del mercato per prodotti sempre più sostenibili. Ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio, ogni momento è buono per iniziare a farlo”.

E’, invece, nato per dare una seconda possibilità sia ai tessuti che alle persone in difficoltà, il progetto Quid. In tre anni il marchio, registrato da un gruppo di amiche di Verona, ha visto crescere il fatturato e il numero delle persone impiegate: un milione di euro lo scorso anno e più di 40 dipendenti, il 90 per cento dei quali provenienti da un contesto di marginalità sociale. SI tratta di ex detenuti, persone uscite da comunità di tossicodipendenza, donne vittime di tratta per scopi di prostituzione o di sfruttamento lavorativo. “La nostra idea è stata fin dall’inizio quella di dare una seconda vita ai tessuti che ci venivano donati dai grandi marchi, aggiungendo un quid in più che è rappresentato dalle storie delle persone che lavorano con noi – spiega la presidente Anna Fiscale -. Si tratta di persone che hanno avuto una vita difficile e che noi reinseriamo lavorativamente attraverso la produzione dei nostri abiti”. Vestiti che devono essere, però, anche belli perché l’obiettivo è quello di riuscire a rimanere sul mercato. “La moda etica è spesso percepita come qualcosa di molto triste – aggiunge – mentre noi abbiamo investito anche sul design perché puntiamo sulla bellezza del capo. I nostri sono prodotti unici, realizzati con tessuti di ottima qualità, fatti a mano e prodotti localmente. Ma sono anche abiti di stile”. Nel tempo il progetto ha messo in piedi diverse collaborazioni: realizza accessori per la casa e oggetti di bigiotteria per Altromercato, Natura sì, Intimissimi e Calzedonia. “Crediamo molto nella contaminazione tra pratiche non profit e realtà profit più strutturate perché questo ci permette di entrare nella distribuzione e raggiungere più persone – aggiunge Fiscale – e dunque raccontare anche il nostro progetto. Speriamo di riuscire col tempo a crescere ancora per poter impiegare persone che meritano una seconda possibilità”.

Il riciclo dei materiali e il reinserimento sociale sono anche alla base di Made in carcere, il progetto nato dall’intuizione di Luciana Delle Donne, un’imprenditrice pugliese. Inizialmente il progetto era indirizzato alle detenute del carcere circondariale San Nicola di Lecce, oggi invece coinvolge anche le persone che vivono recluse a Trani, Santa Maria Capo a Vetere, Torino, Milano e Genova. E una nuova convenzione sarà presto stipulata con il carcere di Matera. “Fin dall’inizio abbiamo cercato di creare una catena del valore – spiega Delle Donne -. I nostri prodotti sono fatti con materiale di recupero che ci viene donato dalle aziende, a questo valore del riuso aggiungiamo il valore aggiunto del lavoro dei detenuti. Cerchiamo di dimostrare che il carcere non è solo un posto buio e grigio, in cui mettere persone per poi buttar via la chiave, ma che lì può nascere bellezza”. Tra i prodotti più noti di Made in carcere, le borse dai colori accessi e i braccialetti usati anche per le campagne di comunicazione. “Nel tempo abbiamo attivato diverse collaborazioni con altri attori del mondo del sociale come Libera o Action Aid, con cui abbiamo dato vita a raccolte fondi a fini sociali. La forza del nostro progetto è nella semplicità dei prodotti, facilmente replicabili, e con uno scarso impatto ambientale – aggiunge –. Nel tempo abbiamo attivato anche progetti collaterali per generare rete e contaminare con le nostre idee anche chi sta fuori. Vogliamo rendere consapevoli quante più persone possibili sulla realtà del carcere, e attraverso la bellezza e la leggerezza trasferire concetti pesanti come pietre”. Anche per Made in carcere, però, è importante produrre capi che siano prima di tutto belli e non solo etici. L’ultimo nato è un papillon unisex in seta con lunghi lacci. “Un prodotto disubbidiente” lo chiamano, perché si può usare come cravattino ma anche come cinta o accessorio. Il progetto a cui è legato farà partire un altro marchio chiamato “Second chance”, che sarà legato alla tutela ambientale. In questi anni Made in carcere ha ricevuto anche diversi riconoscimenti, come il premio Ambiente 2010 e il premio Sele d’Oro. Da quest’anno il brand fa parte della rete internazionale degli innovazione sociale Ashoka. (Eleonora Camilli)

Fonte: Redattore Sociale

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