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In Italia oltre 550 mila aziende a guida immigrata, il 9,1% del totale

I dati del Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria” curato dal Centro Studi e Ricerche Idos. Producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva. Tra il 2011 e il 2015 sono aumentate di oltre il 21% (+97 mila), mentre nello stesso periodo il numero delle imprese registrate nel Paese ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%

ROMA – Per il terzo anno consecutivo il Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria” curato dal Centro Studi e Ricerche Idos fotografa e analizza il mondo dell’imprenditorialità immigrata in Italia per evidenziarne le specificità, coglierne le linee di evoluzione e, quindi, contribuire a delineare le strategie di intervento più adeguate a valorizzarne l’apporto. L’iniziativa imprenditoriale degli immigrati in Italia, infatti, continua a crescere, evidenziandosi sempre più non solo sul piano quantitativo, ma anche per la sua capacità di reazione alla crisi. “I lavoratori migranti mostrano così di sapersia dattare alle trasformazioni che attraversano l’economia e il mondo del lavoro non solo in termini restrittivi, di ‘rifugio’ dal persistente ristagno dell’occupazione dipendente – si precisa -, ma anche di riorganizzazione efficace e costruttiva”.

immigrazioneI dati. Secondo l’Indagine sulle Forze Lavoro di Eurostat, a fine 2015, escludendo il settore agricolo, i lavoratori autonomi stranieri nell’Ue-28 sono aumentati del 52,6% rispetto a dieci anni prima (e del 53,7% in Italia), e rappresentano il 6,3% di tutti gli autonomi complessivamente attivi nell’Ue. In Italia i non comunitari rappresentano la maggioranza (69,9%). Un sesto di essi ha dei lavoratori alle dipendenze (15,8% contro una media del 25,7%).

Sono più di 550 mila le aziende a guida immigrata registrate in Italia alla fine del 2015, il 9,1% del totale, e producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva.  Tra il 2011 e il 2015 sono aumentate di oltre il 21% (+97 mila), mentre nello stesso periodo il numero delle imprese registrate nel Paese ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%.
È netto il protagonismo delleditte individuali: 8 casi su 10 (79,9% contro il 50,9% delle imprese guidate da nati in Italia). Le imprese a gestione immigrata, quindi, rappresentano quasi un settimo di tutte le ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale (4,1%).
Il commercio, in continuo aumento, rappresenta il principale ambito di attività (200 mila aziende, 36,4% contro il 24,5% delle imprese a guida autoctona); segue, seppure fortemente provata dalla crisi, l’edilizia (129 mila, 23,4% contro il 13,1%). Notevole è anche il comparto manifatturiero (oltre 43 mila aziende, 9%), caratterizzato come l’edilizia da una forte dimensione artigiana. Sono artigiane, infatti, oltre 4 imprese edili immigrate su 5 (83,2%) e oltre 2 su 3 di quelle manifatturiere (68,4%). Proprio nell’edilizia e nella manifattura, infatti, si concentrano i tre quarti (76%) delle aziende immigrate artigiane (180 mila in tutto).

Ma cresce soprattutto la partecipazione nei servizi. Dai dati di Unioncamere risulta che alla già consolidata presenza immigrata tra imbianchini e carpentieri o nel trasporto merci e nella confezione di abbigliamento, si affianca una crescente partecipazione alle aziende (per lo più individuali) che nella sartoria, nel giardinaggio, nelle pulizie, come pure nella panetteria o nella ristorazione take away. Più in generale, si affermano le attività di alloggio e ristorazione (41mila, 7,5%) e i servizi alle imprese (29mila, 5,3%).

I dati Sixtema/Cna sui responsabili di imprese individuali confermano il protagonismo di specifici gruppi nazionali. I più numerosi sono i marocchini (14,9%), seguiti da cinesi (11,1%) e romeni (10,8%) e, quindi, da albanesi (7,0%), bangladesi (6,5%) e senegalesi (4,4%): sei collettività che, da sole, ne raccolgono più della metà  del totale (54,7%).
Ciascun gruppo si concentra in peculiari comparti di attività: il commercio nel caso di marocchini, bangladesi e soprattutto senegalesi (attivi in questo ambito rispettivamente per il 73,3%, il 66,8% e l’89,2% del totale); l’edilizia per i romeni (64,4%) e gli albanesi (74,0%); il commercio (39,9%), la manifattura (34,9%) e le attività di alloggio e ristorazione (12,9%) nel caso dei cinesi, che mostrano insieme a un’accentuata vocazione imprenditoriale, una maggiore diversificazione degli ambiti di attività in cui, nel tempo, tale capacità si è distinta e radicata. Ne consegue che sono cinesi la metà di tutti gli immigrati responsabili di ditte individuali manifatturiere (49,3%), come pure un quarto di quelli dediti al comparto ristorativo-alberghiero (25,0%). Quasi la metà di quelli attivi in edilizia, invece, sono romeni (27,1%) o albanesi (20,1%); e quasi 3 su 5 di coloro che operano nel commercio sono marocchini (26,7%), cinesi (10,9%), bangladesi (10,7%) o senegalesi (9,5%).

Operano al Centro-Nord 8 imprese immigrate ogni 10 (77,3% contro il 66% delle aziende autoctone) e quasi un terzo solo in Lombardia (19,1%) e nel Lazio (12,8%). Seguono la Toscana (9,5%) – in cui si rileva anche la più elevata incidenza delle imprese immigrate sul totale (12,6%) –, l’Emilia Romagna (8,9%), il Veneto (8,4%) e il Piemonte (7,4%) e, quindi, la Campania (6,8%), prima regione meridionale di questa graduatoria.
Questi dati, selezionati tra quelli presentati nel Rapporto, consentono di concludere, con il sottosegretario Luigi Bobba, che è possibile passare dall’imponente crescita dell’imprenditorialità immigrata a una fase di piena maturità, con grande beneficio per il “Sistema Italia”. Una fase che includa non solo l’aumento delle imprese, ma anche la crescita dell’innovazione e della dimensione transnazionale. La stabilità del soggiorno, come ha evidenziato una indagine dell’Ocse, favorisce questo sviluppo.

In conclusione, i dati continuano a descrivere un fenomeno di crescente importanza, in cui si ritrovano e si trasformano le esigenze occupazionali e le aspirazioni di promozione socio-economica dei lavoratori immigrati. “Strategie di autopromozione che si declinano innanzitutto sul piano individuale – si afferma nel Rapporto -, ma che possono innescare, se adeguatamente sostenute e valorizzate, virtuosi processi di sviluppo per l’intero sistema economico-produttivo nazionale”.
Un contributo cui prestare crescente attenzione, quindi, “non solo in termini di risposta alle esigenze contingenti di certi settori, ma anche – e soprattutto – in termini di supporto al rilancio dell’intero Sistema Paese. Sulla scia di quanto evidenziato dalla Commissione Europea con l’Action Plan Imprenditoria 2020, vanno attuate strategie di intervento in grado di promuovere lo sviluppo non solo quantitativo ma anche qualitativo dell’iniziativa imprenditoriale immigrata. E questo all’interno di una prospettiva che ne consideri l’evoluzione in parallelo al resto del tessuto d’impresa nazionale. I fattori sui quali intervenire (dalla pressione fiscale e gli appesantimenti burocratici al consolidamento della struttura di impresa e della vocazione innovativa), restano infatti gli stessi, per quanto spesso nel caso dei migranti finiscano per assumere una più evidente valenza problematica (e si pensi alle accresciute difficoltà di accesso al credito o di rapporto con l’apparato burocratico-amministrativo)”.

da: Redattore Sociale

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