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“Delitti di solidarietà”: chi aiuta i migranti è uno scafista?

Una direttiva comunitaria del 2002 punisce chi accompagna i profughi nel viaggio attraverso i confini dell’Unione, mettendo sullo stesso piano scafisti e operatori umanitari. I casi dei “delitti di solidarietà” si moltiplicano, da Como a Calais. L’inchiesta di Altreconomia.

L’intenzione di partecipare a una manifestazione o il trovarsi nei pressi di un oratorio che ospita profughi sono comportamenti pericolosi? Secondo la Questura di Imperia sì. O almeno sono queste le motivazioni contenute nei “fogli di via” consegnati a due volontarie, alle quali è stato proibito di mettere piede a Ventimiglia. Hanno fatto ricorso e il Tar della Liguria ha dato loro ragione. Sono decine i casi in Italia e in altri Paesi europei in cui volontari o attivisti per i diritti umani sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o di essere causa di disordini. Presi singolarmente sembrano errori assurdi di una giustizia o di Istituzioni cieche. Ma messi tutti insieme tracciano un quadro preoccupante. È quanto ha fatto il mensile Altreconomia, che nel numero di gennaio pubblica un’inchiesta della giornalista Ilaria Sesana sui “Delitti di solidarietà”.

“Como, Udine, l’isola di Lesbo, Calais, Ventimiglia e, sul versante francese, la valle del Roya. La mappa dei delitti di solidarietà si allarga su buona parte dell’Europa -scrive Ilaria Sesana- e, in molti casi, coincide con quella delle emergenze legate all’accoglienza o al transito dei richiedenti asilo”. Esiste addirittura una direttiva europea che mira a punire chi osa aiutare troppo gli immigrati senza permesso di soggiorno: è la “Facilitation directive” del 2002. “Un testo stringato, una pagina e mezza appena, in cui si afferma il principio secondo cui chiunque aiuti un migrante irregolare ad entrare in Europa o durate il suo viaggio all’interno dei confini dell’Unione sta violando la legge”. Gli Stati potrebbero, però, introdurre nel loro ordinamento la “clausola umanitaria”, che metterebbe operatori e volontari al riparo dal rischio di finire sotto processo, ma non lo fanno. E così operatori umanitari o anche semplici cittadini finiscono sotto processo, accusati di reati gravi. Come “l’agricoltore Cédric Herrou, che per mesi ha accolto nella sua fattoria i profughi in arrivo dall’Italia -racconta Ilaria Sesana-, e il docente universitario Pierre-Alain Mannoni che rischia sei mesi di carcere per aver dato un passaggio in auto a tre giovani eritree”.

E spesso in queste storie c’è un paradosso. Rischiano di finire in carcere, con l’accusa di essere dei trafficanti di uomini, volontari che si sono occupati di “crisi ignorate dai governi e dalle istituzioni locali”, fornendo ai profughi cibo e assistenza. “E se in un primo momento la supplenza dei volontari viene accettata, successivamente arriva un cambio di linea”. Come è successo ai volontari della onlus “Ospiti in arrivo”, indagati dalla Procura di Udine con l’accusa di voler trarre ingiusto profitto dalla situazione e favoreggiamento dell’immigrazione clan- destina. “Erano proprio il Comune e la Provincia a chiederci aiuto -racconta Francesca Carbone, una delle volontarie- Adesso veniamo anche ingiustamente accusati”. La loro gravissima colpa è quella di aver aver accompagnato trenta richiedenti asilo alla Caritas, aver dato loro il proprio numero di cellulare e aver fornito “informazioni precise” su come avviare l’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato. Nelle prossime settimane un gruppo di eurodeputati e attivisti presenterà al Parlamento Europeo una petizione per chiedere una revisione della direttiva.

da Oasi sociale: http://www.oasisociale.it/news/delitti-di-solidarieta.html

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