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Nell’America di Trump è boom del non profit

Milioni di persone che scendono in piazza a manifestare per i propri diritti, ma anche una crescita esponenziale nelle donazioni al non profit: è questa la reazione della società civile alla nuova amministrazione Trump negli Stati Uniti dove l’onda della partecipazione e dell’attivismo sembra destinata a crescere

Una settimana impegnativa, quella da primo presidente per Donald Trump, che sembra determinato a urlare al mondo l’inversione di rotta rispetto all’amministrazione precedente. Sanità, diritto all’aborto, migrazioni e cambiamento climatico, sono questi i primi target presi di mira dal miliardario americano, con politiche che puntano a cancellare con un colpo di spugna gli ultimi otto anni.

Se infatti l’annuncio dell’ordine esecutivo che dovrebbe essere formalizzato mercoledì, per la costruzione del muro al confine con il Messico, si è guadagnato le prime pagine di tutto il mondo, il via libera per portare a termine i due oleodotti, criticatissimi dalla società civile e della comunità Sioux (uno dei due, il Dakota Access, si trova su un territorio considerato sacro dai nativi americani) è stato letto come una dichiarazione di guerra alle politiche di sostenibilità portate avanti dall’amministrazione Obama.

A crescere nella prima settimana dell’era Trump, non è però solo la preoccupazione di immigrati, ambientalisti e cittadini consapevoli degli effetti del cambiamento climatico.

L’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dall’ex-presidente, potrebbe avere i minuti contati, basti pensare che il primo ordine esecutivo firmato da Trump venerdì appena poche ore dopo l’insediamento nella Casa Bianca, punta proprio a indebolire il quadro normativo che rende obbligatoria l’assicurazione sanitaria per i cittadini americani.

Nel suo primo lunedì da presidente, Trump ha inoltre anche ripristinato una normativa che era stata istituita negli anni ’80 dall’allora presidente Reagan e che impedisce la destinazione di aiuti esteri da parte degli Stati Uniti a organizzazioni sanitarie che prevedono anche assistenza all’aborto. Secondo il New York Times, Trump avrebbe reso la normativa ancora più stringente, congelando i contributi alle ONG che lavorano nei paesi in via di sviluppo e che offrono consulenza sull’interruzione di gravidanza o portano avanti campagne per il diritto di scelta.

Un approccio a muso duro che, se da una parte solleva perplessità e fortissime preoccupazioni tra la società civile, dall’altro sembra segnare proprio l’origine di una “golden age”, un’era d’oro per la partecipazione e l’attivismo nel Paese.

Lo scorso ottobre, appena poche settimane prima delle elezioni, su Foreign Policy, le giornaliste Chistina Asquith e Valerie Hudson avevano predetto che la misoginia dell’allora candidato repubblicano, avrebbe rappresentato un fattore galvanizzante per il femminismo e, da un certo punto di vista, la previsione non poteva rivelarsi più azzeccata: domenica scorsa, oltre 2 milioni e mezzo di persone sono scese in piazza negli Stati Uniti e nel resto del mondo per affermare il proprio sostegno ai diritti delle donne e delle minoranze.

Ma non è solo nella Marcia delle donne che la società civile ha dimostrato il proprio dissenso con le politiche del nuovo governo.

Prima di natale, il Guardian aveva annunciato l’incremento esponenziale delle donazioni private alle non-profit americane che si occupano principalmente di ambiente e di diritti civili. Che si trattasse di piccole associazioni locali o di grandi colossi come Planned Parenthood, che offre assistenza medica alle donne e garantisce il diritto all’aborto, il non-profit americano ha registrato un inaspettato aumento delle donazioni, con moltissimi cittadini che, allo scambio dei regali hanno preferito la donazione di denaro.

Una tendenza che, “Non ha precedenti nella nostra storia”, per dirla con le parole di Mark Wier, chief development officer, di American Civil Liberty, l’organizzazione a sostegno dei diritti civili. Basti pensare che solo nei 5 giorni successivi alla vittoria di Trump, questa Ong ha raccolto $7,2 milioni, mentre nello stesso lasso di tempo, nel 2012, subito dopo la seconda vittoria di Obama, la stessa organizzazione aveva raccolto appena $27,806.

A giocare un ruolo chiave in questa ondata di donazioni, lo star system americano.

Lo scorso novembre, il popolarissimo comico e showman John Oliver, nel suo programma su HBO, aveva indicato il Trevor Project, un’associazione che si occupa di sostegno alla comunità LGBT, tra i soggetti non-profit da sostenere

nel post elezioni. Nella settimana dopo l’annuncio di Oliver, l’organizzazione aveva raccolto 165mila dollari, circa sei volte tanto quanto raccoglie normalmente. Anche Chelsea Handler, la comica americana che ha organizzato la Women’s March a Salt lake City, durante il Sundance Film Festival aveva dichiarato il suo supporto a Planned Parenthood, insieme all’attrice Charlize Theron.

Un invito a sostenere organizzazioni non profit che si occupano di diritti e ad attivarsi in prima persona nella propria comunità è arrivato anche dal palco principale della Women’s March, a Washington. A lanciare l’appello Scarlett Johansson e il regista Michael Moore: “Unitevi a qualsiasi gruppo,” ha dichiarato Moore. “Rendiamo questi gruppi giganti.”

La società civile americana insomma sembra non essere mai stata così sveglia e l’onda del non-profit sembra sia destinata a crescere.

di Ottavia Spaggiari su VITA
http://www.vita.it/it/article/2017/01/25/nellamerica-di-trump-e-boom-del-non-profit/142227/

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