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Nuovo volontariato o cittadini del futuro? Social street, patti per i beni comuni, iniziative di transizione

Recentemente l’Istat ha prodotto un’indagine sul volontariato in Italia. In sintesi su 7 milioni di volontari, circa 3 milioni non sono iscritti ad associazioni. È questo che si intende generalmente per “nuovo volontariato”. Naturalmente le associazioni esistono ancora e contano un bel numero di iscritti, rimanendo nel complesso ancora la principale scelta delle persone che fanno volontario in Italia. (Scopri di più su: Volabo.it)

Tuttavia il fenomeno dei volontari fuori dai vincoli associativi sembra in aumento, configurandosi spesso anche come volontariato per singoli eventi, piccoli o grandi come l’Expo, ad esempio, su cui hanno confluito diverse migliaia di persone anche molto giovani. E a fianco a questo si muovono altrettante iniziative volontarie, non formalizzate ma estremamente definite e concrete, a favore della collettività come la cogestione di un doposcuola o di un parco pubblico.

Certamente non è mai esistito un solo tipo di volontariato, né tanto meno un “volontario tipo”. Tuttavia queste nuove forme spontanee di partecipazione segnano una differenza molto marcata rispetto al volontariato a cui eravamo abituati. Un volontariato in cui era molto forte l’ideale associativo, il “fare gruppo” per portare avanti assieme dei progetti con la consapevolezza che nell’affrontare problemi complessi l’assenza di qualcuno potesse essere compensata dalla presenza di altri; un volontariato motivato da grandi ideali e grandi speranze per un futuro migliore conseguente alle scelte e alle azioni dell’immediato. Il “nuovo volontariato” è sicuramente, almeno in parte, frutto dei tempi: il modello unico di stampo fortemente economico che accompagna la nostra società in questo fase storica ha tolto molto spazio alla speranza di cambiare il mondo in cui viviamo. E quindi forse si guarda alla immediatezza dell’azione senza avere la possibilità di proiettarsi oltre i propri orizzonti contingenti.

Ma se la differenza è così sostanziale, forse è giusto chiedersi se queste nuove forme di partecipazione sono da considerare ancora nell’alveo del volontariato, certamente diverso dall’originario, ma comunque ancorato a quei principi nati negli anni ’70, o se, invece, le differenze sono tali da parlare più realisticamente di vere e proprie innovazioni sociali, di nuove relazioni di coesione e resilienza. Probabilmente è ancora presto per dirlo. Proprio la relazione con gli altri e la volontà di portare avanti progetti condivisi, la consapevolezza che affrontare temi complessi richiede impegno e formazione, che il tempo limitato che si può dedicare alla collettività non equivale a un impegno aleatorio, sono a mio parere il terreno comune su cui nascono e si sviluppano queste sperimentazioni sociali. Se queste nuove forme di partecipazione riusciranno a mantenere vivi questi aspetti di solidarietà e coesione, non solo avranno vinto le stesse sfide del volontariato più comune, ma avranno contribuito anche ad una evoluzione di quello stesso volontariato nel mondo odierno.

Sono queste le osservazioni e le riflessioni che hanno spinto VOLABO a realizzare un’inchiesta multimediale sulle nuove pratiche di cittadinanza, prossimità e condivisione a Bologna quali social street, progetti per i beni comuni e movimenti di transizione. Queste esperienze di “innovazione sociale” quali connessioni e quali differenze hanno con il volontariato tradizionalmente inteso? Quali possibili evoluzioni prospettano al volontariato e al terzo settore locale? E che possibilità di accoglienza e trasformazione ha il volontariato di fronte a queste nuove espressioni di cittadinanza attiva?

Di Michela De Falco su Confini Online

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