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Dizionario politichese delle migrazioni: scrivere bianco per dire nero

Si è tenuta lunedì 20 la prima riunione del Gruppo di Contatto tra 7 Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Italia, Malta, Slovenia, Svizzera), due africani (Libia e Tunisia) e il Commissario europeo per Ie Migrazioni. Quali parole sono state all’ordine del giorno? Ma, soprattutto, hanno ancora un senso? Pensiamo alla parola “accoglienza”, che significa oramai “rinchiudere”. Un breve excursus sulle parole vuote della “accoglienza”

Si è tenuta lunedì 20 la prima riunione del Gruppo di Contatto tra 7 Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Italia, Malta, Slovenia, Svizzera), due africani (Libia e Tunisia) e il Commissario europeo per Ie Migrazioni. L’Algeria si è sfilata all’ultimo momento. Avranno capito la fregatura in tempo.

Nella dichiarazione finale (reperibile qui) si leggono una serie di frasi e parole che sem- brano un trattato di tutela dei migranti. Peccato che, quando si passa ai contenuti, si sco- pre che quelle parole, come sempre, hanno un significato ben diverso, se non opposto, a quello che gli appartiene. Ormai sulle migrazioni la politica, a livello nazionale ed internazionale, applica un proprio dizionario, che ha lo scopo di dare l’impressione di voler fare qualcosa quando, in realtà, si vuole fare l’opposto. E questo documento ne è un esempio eccellente.Il documento cita numerose volte la parola “gestione”, riferita ai flussi migratori.

Andando ai contenuti, come si traduce questa gestione? Nella fornitura alla Libia (o meglio al governo Sarraj, che di quel Paese ne controlla a stento un quarto) di navi militari per fermare i barconi; nella creazione di centri di accoglienza in Nord Africa (che in realtà in Libia già esistono, e sono stati definiti da più parti dei veri e propri campi di concentramen- to); nel rafforzamento della cooperazione per i rimpatri dei migranti.

Dunque, nel dizionario politichese delle migrazioni, è evidente che la parola “gestione” è sinonimo della parola “blocco”. Ne è conferma una frase del documento, dove non si sono nemmeno impegnati a camuffarne il significato: “Dopo essere riusciti a contenere i flussi provenienti dalla rotta del Me- diterraneo orientale, seguendo al contempo gli sviluppi in altre parti del Mediterraneo, è ora necessario concentrarsi su un lavoro congiunto per gestire al meglio la situazione nel Mediterraneo centrale”.

La traduzione è: “Dopo aver bloccato i flussi dalla Turchia alla Grecia, dobbiamo fare lo stesso dalla Libia”. E la trasformazione della parola gestione nella parola blocco è dimo- strata.

Altro termine ampiamente usato ed abusato è “umanitario/a”. Negli anni abbiamo visto come, per motivi “umanitari”, si sono bombardati Paesi come l’Iraq, l’Afghanistan, la Serbia e altri, causando centinaia di migliaia di morti civili. Oggi, nel campo delle migrazioni, l’in- tervento o l’aiuto che viene proclamato in questi documenti è sempre “umanitario”, e sem- pre votato a salvare vite umane.

Come? Facendo bloccare dai libici i barconi pieni di migranti nelle loro acque territoriali. Per poi rinchiuderli nei campi di concentramento e, nel migliore dei casi, rispedirli nei loro Paesi. Dove magari tornano nelle mani di qualche dittatore, o semplicemente muoiono di fame. Non è proprio salvargli la vita. Vorrei poi sapere cosa succederebbe nel caso questi barconi provassero a scappare lo stesso. Cosa farebbero i libici? Gli sparano? Probabile, ma ovviamente in modo “umanitario”. Anche in questo caso, dunque, è chiaro che la parola viene usata con un significato oppo- sto al suo. Non trovo, come nel caso precedente, una parola analoga del dizionario politi- chese delle migrazioni da associare, ma il senso si è capito.

Passiamo poi alla parola “irregolare”. Qui è facile il significato originario, perché è sempli- cemente il contrario di “regolare”, e nel caso delle migrazioni vuol dire, più che altro, “ille- gale”.
Qui, però, il documento finale del vertice la dice davvero grossa. Nella fase introduttiva, si scrive che “nel 2016, si sono registrati oltre 181.000 arrivi irregolari sulle coste europee soltanto dalla rotta del Mediterraneo centrale”.

L’enormità di quanto scritto sta nel fatto che una gran parte di queste persone, arrivate soprattutto in Italia, ha presentato domanda di Protezione Internazionale al momento dello sbarco. Dunque, per le convenzioni e le normative internazionali, il loro è un ingresso né illegale né, tantomeno, irregolare.

Ora trovo già che, al di là di cosa dicano le normative, associare il termine “irregolare” ad un essere umano sia un orrore (e non è “umanitario”); ma, ciò premesso, perché usarlo in questo caso, per giunta indiscriminatamente anche per chi non lo sarebbe?
Certamente per accontentare quella crescente parte dei cittadini europei che ai barconi dei migranti sparerebbe davvero. E perché, in vista delle elezioni francesi e tedesche, cer- cano di togliere consensi all’estrema destra.

Ma, allora, anche in questo caso, nel loro dizionario, i politici danno alla parola “irregolare” un senso diverso. La tradurrei così: chesiamocostrettiadaccoglieremapropriononvogliamo. Un po’ lunga, sì. Ma almeno più onesta.

Poi c’è la parola “diritti”. Qui, nel dizionario politichese delle migrazioni, la tradurrei semplicemente con “ahahah”.
Si parla molto, ovviamente, di tutelare i diritti dei migranti, ed in special modo dei richiedenti asilo. Ma questi ultimi hanno proprio il diritto di vedersi esaminata la domanda di Pro- tezione Internazionale dal Paese a cui la presentano. Il documento, così come il prece- dente accordo con la Libia, parla invece di far esaminare, ad organizzazioni internazionali, le domande di Protezione Internazionale direttamente nei campi di concentramento libici. Dunque una lesione dei diritti. Doppia, considerando che in tal caso, le organizzazioni in- ternazionali non potranno riconoscere la protezione umanitaria, peculiare dell’Italia ed at- tualmente quella più concessa. Ergo, in definitiva, direi che la parola “diritti”, in questo caso, mantiene magari il suo signifi- cato, ma parziale. Un bel 50% in meno, come minimo.

L’elenco delle parole del nuovo dizionario politichese delle migrazioni sarebbe lunghissi- mo. Più che un articolo, potrei scriverci un altro libro. Ne prendo brevemente alcune a campione. Ad esempio la parola “accoglienza”, che significa “chiudere in un centro dando tanti soldi a qualche amico per gestirlo”.

Oppure la parola “cooperazione”, che significa “dare soldi ad un altro Paese perché fermi i suoi migranti”. E, nel caso della Turchia e della Libia, anche tutti gli altri.
E la parola “solidarietà”, che significa “va già bene che non vi spariamo”.
O la parola “integrazione” che significa “o diventi come noi o te ne vai”.

La parola “valori”, usata fino alla nausea, mantiene invece proprio uno (ma uno solo) dei suoi significati nel dizionario italiano: “Oggetti preziosi, titoli di credito, valute pregiate”.

di Marco Ehlardo su VITA

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