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In Italia la tortura esiste, ma la legge no

Amnesty International richiama alla necessità di far crescere la consapevolezza di quello che avviene nel nostro Paese e di approvare la legge.

Da una recente indagine condotta da Doxa per  Amnesty International, organizzazione per i diritti umani, è emerso che metà degli italiani pensa che la tortura in Italia non esista. Da qui la necessità, secondo l’ONG, di «far crescere la consapevolezza di quello che avviene nel nostro Paese» .

Anche se un minimo di consapevolezza sembra già esserci, in quanto secondo 34 milioni di italiani i diritti umani vengono violati potenzialmente in ogni Paese, anche in quelli appartenenti alle cosiddette democrazie occidentali.

Sei italiani su 10 inoltre si dichiarano favorevoli a prevedere il reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico, ma per un’ampia fetta di italiani (il 43%) non bisogna ingerire nelle decisioni degli altri Paesi.

Anche per questo, come ha affermato il portavoce di Amesty, Riccardo Noury, da questa indagine «emergenze con chiarezza che dobbiamo continuare a lavorare con tutte le nostre forze per portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei media il tema della tortura», così da «dare voce a chi non ce l’ha».

Il dibattito sulla tortura in Italia

La tortura è un metodo di coercizione fisica o psicologica, un fatto che in Italia non è riconosciuto come reato, in quanto il legislatore non ha ancora introdotto  una specifica norma all’interno del Codice penale. In Italia si è iniziato a parlare di tortura a seguito di alcuni fatti di cronaca: quanto accaduto alla Caserma Bolzaneto al G8 di Genova e qualche anno più tardi a seguito della morte del giovane Stefano Cucchi, che riportava numerosi lividi. Giusto ieri, proprio per i fatti di Genova, il Governo italiano, riconoscendo le violenze perpetrate all’epoca da alcuni reparti della Polizia di Stato, ha fatto mea culpa per la mancata approvazione del ddl sulla tortura, che è al momento bloccato in Parlamento.

Dai fatti di Genova sono passati 16 anni, ma il nostro Paese si era impegnato ben 29 anni fa, nel 1987, ad approvare una legge in tal senso, firmando la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura. Il disegno di legge nell’aprile 2015, durante il governo Renzi, aveva avuto il via libera della Camera. Arrivato in Senato nell’autunno del 2016, il testo è stato di fatto bloccato a causa di divisioni tra il Partito Democratico e il Nuovo Centrodestra. Secondo l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, infatti, «non possono esserci  equivoci sull’uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia».

Il disegno di legge sulla tortura in Italia prevede la reclusione da 4 a 10 anni, con aggravanti che possono portare alla reclusione fino a 12 anni, a seconda anche di eventuali lesioni provocate. Attualmente, nel nostro Codice penale, gli articoli 581, 582 e 612 riguardano minacce, lesioni, danni fisici o psichici commessi da cittadini, non da pubblici ufficiali. Questi devono invece attenersi a quanto previsto dall’art. 608, nel quale è scritto che «Il pubblico ufficiale, che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la custodia, anche temporanea, o che sia a lui affidata in esecuzione di un provvedimento dell’Autorità competente, è punito con la reclusione fino a trenta mesi».

È necessario quanto prima quindi che l’Italia colmi questo vuoto legislativo, dotandosi di una legge sulla tortura. Sta ora alla conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama decidere se e quando calendarizzare la discussione del testo in Aula.

Negli altri Paesi Europei

Ma come viene disciplinata la tortura negli altri Paesi europei? Nella vicina Francia la pena minima per il reato di tortura è di 15 anni, e la reclusione può arrivare fino a 20 anni se commessa su un minore o disabile fisico o psichico. In caso di morte per le torture subite è previsto l’ergastolo.

Ancora più severa la legislazione inglese, dove se a commettere la tortura è un pubblico ufficiale, è prevista la detenzione a vita. Più blanda  la norma in Spagna, dove chi commette il reato di tortura se la può cavare con una reclusione che va dai 6 mesi ai due anni, mentre se il torturatore è un funzionario pubblico la detenzione va da 2 a 6 anni per fatti gravi e da 1 a 3 per fatti meno gravi. In ogni caso è prevista l’inabilitazione assoluta da 8 a 12 anni.

In Germania non esiste una norma specifica nel codice penale, bensì norme assimilabili sui maltrattamenti fisici e psichici, con pene fino a 5 anni, che diventano 10 anni per i pubblici ufficiali.

Recentemente il Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per l’assenza di una norma sulla tortura. «L’Italia», ha detto il Consiglio d’Europa, «deve introdurre senza più attendere i reati di tortura e trattamenti degradanti, assicurando che siano sanzionati adeguatamente e gli autori non possano più restare impuniti». Fra l’altro il 25 ottobre 2012 l’Italia ha firmato una Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura, senza tuttavia mai dare seguito a quanto è previsto da questo accordo.

Da Reti Solidali

 

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