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La lezione del 5 per mille

L’editoriale di Riccardo Bonacina che apre il numero del magazine di aprile. «Un numero che dimostra quanto questa norma sperimentale da ormai più di un decennio sia stata il polmone del welfare di prossimità in questo Paese. Sino a oggi inaftti, in dieci edizioni, i cittadini contribuenti hanno destinato circa 4 miliardi di euro»
Nel febbraio 2005, Giulio Tremonti rispondendo alle mie domande, presentò così quella che definiva “una rivoluzione fiscale”, l’introduzione del 5 per mille nella dichiarazione dei redditi a favore del volontariato e delle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale: «Il Terzo settore è l’unica speranza per produrre, con costi limitati, ma con effetti moltiplicatori quasi illimitati, la massa crescente di servizi sociali di cui abbiamo (e avremo) sempre più bisogno. Valorizzare concretamente il Terzo settore non è quindi un costo per lo Stato ma un investimento. Per questo la deducibilità delle donazioni (la + Dai – Versi) e il 5 per mille sono ispirate allo stesso rivoluzionario principio, trasferire quote di potere dallo Stato alla società».
Era lecito aspettarsi che quella fosse davvero l’alba di una rivoluzione fiscale «trasferire quote di potere dallo Stato alla società», e invece. Invece, quella promessa fu dapprima dimenticata dallo stesso Tremonti che non previde coperture a quella norma sperimentale, poi messa in discussione da Prodi che tagliò le già magre coperture e su su sino a Monti, Letta, passando per le riedizioni del Belusconi-Tremonti, sino ad arrivare a Renzi, che nella Legge di stabilità 2014 finalmente stabilizzò l’istituto e portò la copertura a 500 milioni, e alla Riforma del Terzo settore che prevede «il completamento della riforma strutturale dell’istituto della destinazione del cinque per mille», secondo le linee guida che nella terza parte del book di questo numero illustrano diffusamente il sottosegretario al Welfare Luigi Bobba e l’economista Stefano Zamagni.
Il punto è però che la riforma Irpef e i bei principi enunciati nel 2005 sono ancora lì, tra le cose da fare. L’onda lunga della sussidiarietà fiscale che ancora in queste pagine il professor Tremonti richiama augurandosi la nascita di un 5 per mille raddoppiato («un 10 per mille»), in realtà ha dimostrato di avere troppo poca spinta.
Il 5 per mille è un principio capace di rinsaldare un patto fiscale tra Stato e cittadini ormai smarrito da tempo, oggetto di contenziosi e non più di solidarietà tra concittadini
Come è noto, in questi dieci anni VITA ha difeso il 5 per mille, che poteva e doveva essere il caposaldo sussidiario della più volte invocata riforma fiscale, non solo dalle spire della disponibilità di bilancio di anno in anno sempre più magre e aleatorie (tra il 2010 e il 2013 lo Stato scippò ben 310 milioni alla volontà espressa dagli italiani e a ciò che doveva alle Onlus), ma anche come come principio culturale e di vera civiltà: lasciare alla volontà dei cittadini la destinazione di una piccola quota del prelievo fiscale. Un principio capace di rinsaldare un patto fiscale tra Stato e cittadini ormai smarrito da tempo, oggetto di contenziosi e non più di solidarietà tra concittadini.
Questo numero dimostra quanto questa norma sperimentale da ormai più di un decennio sia stata il polmone del welfare di prossimità in questo Paese. Sino a oggi in dieci edizioni i cittadini contribuenti hanno destinato circa 4 miliardi di euro (inclusa la proiezione del dato 2015, ma senza quello 2016) alle onlus, al volontariato, alla ricerca scientifica, alla ricerca sanitaria, allo sport dilettantistico e alla tutela dei beni culturali e paesaggistici (oltre che ai Comuni). E lo hanno fatto in quasi 17 milioni (la curva di crescita del numero di firmatari è obiettivamente molto significativa).
Si tratta di una massa di cittadini/contribuenti attivi che in larga parte, con una lungimiranza supe- riore a quella dimostrata dalla Stato, in questi anni si sono informati e hanno verificato cosa fanno le organizzazioni. E poi, al momento della dichiarazione dei redditi, hanno scelto a chi destinare una quota delle proprie tasse. Esercitando in questo modo un principio di libertà.
Certo, c’è da correggere il meccanismo, renderlo più veloce (assurdi i tempi di rendicontazione di trasferimento dallo Stato alle Onlus), rendere le soglie delle onp eleggibili più strette e più razionali. E su questo punto confidiamo che molto potrà fare il decreto legislativo di attuazione della Riforma del Terzo settore annunciato entro la fine della primavera. Ma finalmente dovremmo esserci.
Il successo del 5 per mille segna un punto importante: il cittadino può recuperare sovranità, fino a tornare a essere, almeno in parte, padrone dell’imposta
In fondo il successo del 5 per mille, al di là delle sue traversie e attuali limiti, segna un punto importante: il cittadino può recuperare sovranità, fino a tornare a essere, almeno in parte, padrone dell’imposta. E in questo modo sono gli stessi cittadini fruitori a sostenere o tagliare dal basso quella parte di spesa sociale che ritengano necessaria o, al contrario, inefficiente.
La Riforma fiscale che attendiamo da anni riparta da qui: dalla sussidiarietà fiscale e da un nuovo Patto fra i cittadini e lo Stato. Ne guadagneranno entrambi. Il 5 per mille docet.
di Riccardo Bonacina su VITA

 

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