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“Sopravvivere a Sarajevo”

“Sopravvivere a Sarajevo”, la cultura come arma di resistenza

Tra il 1992 e il 1996 la città è stata assediata dai serbi. Il collettivo di artisti bosniaci Fama Collection ha raccolto in un libro, le strategie adottate dagli abitanti per mangiare, dormire, vivere. Mariagrazia Salvador (curatrice dell’edizione italiana): “L’obiettivo era annientare la cultura, lo spirito di meticciato che, da sempre, ha caratterizzato Sarajevo. Le conseguenze le viviamo ancora oggi”

“Quello era il tempo delle taniche, un tempo orribile. Si doveva andare al birrificio a prendere l’acqua. Era gelida, ti si congelavano le mani. Arrivavi a casa e non avevi niente con cui scaldarti. Se ti porti in spalla secchi d’acqua da quattro o cinque litri arrivi a casa con la schiena fradicia. Con delle cinture avevo fatto delle cinghie da usare per trasportare le taniche. Così la mia famiglia poteva portarne più di una alla volta”. È una delle testimonianze che si possono leggere in “Sopravvivere a Sarajevo” (Collana International di Bébert Edizioni), la traduzione italana di “The art of survival”, opera che fa parte di un più ampio progetto culturale del gruppo di artisti bosniaci Fama. Durante l’assedio subito da Sarajevo tra il 1992 e il 1996, il gruppo ha raccolto fotografie, testimonianze, documenti con cui ha realizzato mostre, pubblicazioni e nel 1993, in pieno assedio, ha pubblicato la “Sarajevo: Survival guide”, una sorta di guida turistica ma declinata alla sopravvivenza nella città assediata. Nel 2013 è nato Fama Collection, un archivio multimediale che si cura della pubblicazione di libri e materiali audiovisivi sulla guerra nei Balcani. “Nella guida raccontano, in maniera ironica e senza piangersi addosso, come sopravvivere all’orrore, questo libro è il passo successivo – dice Mariagrazia Salvador che, insieme a Matteo Pioppi, ha curato il volume italiano – Il testo è grezzo, pieno di ripetizioni ma abbiamo preferito lasciarlo così perché, se non ha molto da dire sul piano letterario, dice tanto dal punto di vista umano: dentro ci sono le voci di cittadini, artisti, giornalisti, intelletturali che raccontano in maniera disarmante le strategie che avevano adottato per mangiare, dormire, ballare, recitare, per vivere scegliendo la cultura come arma di resistenza”.

“Abbiamo inaugurato il festival in tre teatri contemporaneamente. È durato dieci giorni: abbiamo presentato 40 film provenienti da tutto il mondo e ci sono stati circa 20 mila visitatori. Abbiamo ricevuto il supporto di registi famosi a livello internazionale, che ci hanno inviato i loro film su Vhs. Abbiamo recuperato generatori e benzina per poter proiettare i film. La gente ha rischiato la vita affrontando gli spari dei cecchini per venire al cinema. Venivano in massa. C’era un’atmosfera incredibile”. Tra il 5 aprile 1992 e il 29 febbraio 1996 la città di Sarajevo ha subito il più lungo assedio della storia contemporanea: 1.395 giorni senza luce, senza acqua né gas. Attorno alla città le truppe serbe guidate da Mladic e Karadzic aveva puntato contro Sarajevo 260 carri armati e 120 mortai: lungo un confine di 60 chilometri c’erano 35 pezzi di artiglieria per ogni chilometro. “La potenza militare attorno alla città era impressionante, sarebbe stata sufficiente per annientarla in 2 settimane – continua Salvador – Il fatto che l’assedio sia durato 4 anni significa che l’obiettivo era un altro: non era annientarli fisicamente, ma annientare la cultura e quello spirito di meticciato che, da sempre,  ha caratterizzato Sarajevo. Le conseguenze di quel che accadde le viviamo ancora oggi, in un periodo in cui le esperienze di incroci di cultura soffrono e si stanno risvegliando i nazionalismi”.

“Ogni mattina dovevo attraversare più di un incrocio. La domenica, quando andavo in onda con il programma del mattino, il mio saluto di apertura era: ‘Buongiorno gente, ascoltatori vecchi e giovani, è fantastico, sono ancora vivo. Se anche voi lo siete, cominciamo’”. Dal libro emerge chiaramente che la cultura è stata fondamentale per sopravvivere, come l’acqua e il pane. “Il libro non dà un’interpretazione univoca della guerra nei Balcani ma parte dalle persone, dalla resilienza che hanno mostrato per non soccombere e rimanere sani di mente in una situazione umana impossibile”, continua Salvador. “Sono passati 26 anni dall’inizio nella guerra nei Balcani e credo che sia importante trasferire ai giovani la memoria collettiva di ciò che è stato, una memoria che si basi sul processo di riconciliazione come spiegano gli artisti di Fama – conclude – L’Italia non si è curata di mantenere viva la memoria collettiva della guerra e di ciò che quel conflitto ha significato per gli anni successivi. Questo è un tassello importante per ripensare la nostra realtà e il nostro modo di vivere”.

da Redattore Sociale

 

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