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Mostra: Esplorare questa terra inquieta

Apre a Milano una mostra che affronta in modo coraggioso i grandi fenomeni umani che stanno travolgendo il nostro tempo. Un progetto condiviso con artisti che vengono da tutto il mondo. Ne parla il curatore, Massimiliano Gioni

La Terra Inquieta: è il titolo della emozionante mostra che ha aperto i battenti oggi alla Triennale di Milano. Sono 65 artiste e artisti che vengono da ogni parte del mondo, spesso anche dai paesi di provenienza dei migranti, chiamati a documentare con le loro opere le fibrillazioni che il pianeta sta vivendo in questi anni di cambiamenti epocali. Più che una mostra è un progetto aperto: un’opera è in fieri all’interno del percorso (un sorta di Quarto stato dei migranti). Un’altra, “The Mapping Journey Project” di Bouchra Kahlili, è in continuo aggiornamento. La mostra, che è stata realizzata da Fondazione Trussardi e si avvale del sostegno di Fondazione Cariplo, è come un sismografo capace di mettere in crisi i punti di vista e quindi di coinvolgere profondamente lo spettatore. Massimiliano Gioni il curatore ha raccontato in questa intervista a Vita le ragioni e anche le attese di questo suo progetto.

Ci sono segni di linguaggio comune sul tema migrazioni tra artisti di paesi di partenza e quelli dei paesi di destinazione?
Uno degli aspetti che più mi hanno colpito nell’opera “The Mapping Journey Project” di Bouchra Kahlili che è al centro della Terra Inquieta, e che consiste in una serie di video interviste con vari migranti che raccontano dei loro viaggi dall’Africa, dal Pakistan e dal Bangladesh fino in Europa: viaggi interminabili, a piedi attraverso il deserto, in imbarcazioni di fortuna o attraverso interi continenti. Ecco, uno degli aspetti che più colpisce è il fatto che per i migranti il viaggio non è semplicemente uno spostamento da un punto A a un punto B. Si tratta piuttosto di viaggi che durano anni, in uno spostamento continuo in cui i concetti di destinazione e partenza quasi non esistono più.

So che la domanda può apparire retorica, ma un artista che mette questi temi al centro della propria produzione lo fa anche per “migliorare il mondo”?
Non so quanti di questi artisti si possano identificare in questa definizione: certo, qualsiasi artista vuole in qualche modo migliorare il mondo, ma in questa mostra ho cercato più che altro di mettere l’accento sul ruolo dell’artista come interprete e testimone di cambiamenti sociali drammatici: in maniera più ampia si potrebbe dire che è una mostra sul ruolo dell’arte e dell’artista a cospetto della storia. Forse, prima ancora che migliorare il mondo, molti di questi artisti vogliono complicare la nostra visione del mondo, scardinare stereotipi e rifiutare spiegazioni troppo vaghe e mediatiche, e andare invece alla radice di un’idea di mondo come coesistenza di culture diverse.

Sembra di assistere a una sempre maggiore implicazione dell’arte sulle grandi questioni sociali che segnano il nostro tempo. È una sensazione reale? Ed è una tendenza in grado anche di modificare i linguaggi artistici, ad esempio ristabilendo un primato di ciò che è iconico rispetto a ciò che è aniconico?

Purtroppo per tutto il Novecento abbiamo assistito al modo in cui conflitti e crisi hanno trasformato i modi in cui ci rapportiamo alle immagini. É soprattutto durante le guerre, ad esempio, che si innalzano sistematicamente i livelli di tolleranza alle immagini più dure. È come se lavorando in una situazione di crisi gli artisti, e più generalmente le persone che si affidano alle immagini per raccontare la realtà, scoprissero che bisogna re-immaginare completamente la distribuzione del sensibile e rivedere i parametri e i modi in cui rappresentiamo non solo la realtà ma anche le sue manifestazioni più dure e raccapriccianti. Molti degli artisti in mostra creano opere che fanno della crisi della globalizzazione il proprio soggetto e che credono nella necessità di mettere in crisi le nozioni più semplicistiche e riduttive, a vantaggio di un’estetica e un’etica della complessità.

Lei nell’introduzione parla anche di una strategia della precarietà in merito a tante opere dedicate al tema della mostra. È un antidoto al rischio della retorica?
Credo di sì, e penso sia anche un modo per reagire in maniera tempestiva, con un senso di urgenza che sia restituito e colto anche nella fattura delle opere, come se quasi non ci fosse più tempo da perdere e bisognasse intervenire al più presto. Questo senso di precarietà pertanto è anche il risultato di un’emergenza. Tristemente, molte delle opere in mostra si misurano con la tradizione della scultura funeraria e cercano di trovare un equilibrio tra la profondità e il peso della rappresentazione di molte tragedie con un vocabolario che rifiuti gli aspetti più sentimentali e manipolatori tipici di certe opere o immagini commemorative.

Come un tipo di arte così può trovare un punto di contatto con il mercato? Oppure deve sostenersi in un’ottica di partnership progettuali?
In mostra ci sono espressioni molto diverse tra loro: alcuni artisti hanno una presenza – anche forte nel mercato – ma la loro arte certo non nasce da strategie mercantili. Altri artisti -sono più estranei a concezioni tradizionali di distribuzione della propria opera e cercano piuttosto una forma di interventismo diretto e di impegno sociale. Emblematica in questo senso l’opera di Tanja Bruguera, che consiste in una petizione e nella distribuzione di migliaia di cartoline e una raccolta di firme attraverso le quali chiedere a Papa Francesco di concedere la cittadinanza vaticana a tutti i migranti.

Se dovesse indicare un’opera simbolo della mostra, quale indicherebbe e perché?
È davvero difficile poter scegliere solo un’opera, anche perché una mostra è una costruzione organica in cui ogni parte è in dialogo costante con il tutto. Forse l’immagine al contempo più semplice e più simbolica è quella della video installazione di Steve McQueen intitolata “Static”, in cui la telecamera riprende dall’alto la Statua della Libertà a New York, girando intorno alla scultura su un elicottero. È un’immagine quasi forense, un esame dettagliato di questo simbolo dell’accoglienza e dell’apertura al mondo e alla diversità, che in questa installazione, grazie solo allo spostamento del punto di vista, si trasforma in un’immagine assai più minacciosa o evocativa di violenze proprio sui deboli e i diversi, sui protetti della Signora della Libertà. Vista poi durante la presidenza di Trump quest’opera acquista anche altri toni assai più minacciosi e funerei.

di Giuseppe Frangi su VITA

 

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