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Sesso e disabilità: “Il muro di silenzio si sta sgretolando”

Intervista a Barbara Garlaschelli, scrittrice affermata, che ha vinto molti premi nella sua vita. Nei suoi libri parla anche di sé e della propria disabilità, come nell’ultimo “Non volevo morire vergine”. Il racconto di come ha imparato ad amare e a essere amata

Ci ha impiegato oltre 35 anni a scrivere il suo ultimo volume, “Non volevo morire vergine” (Piemme), Barbara Garlaschelli. Scrittrice affermata, vincitrice 13 anni fa del premio Scerbanenco, non è la prima volta che riflette sulla sua vita in un romanzo. Il 3 agosto del lontano 1981 un tuffo in acqua bassa le ha causato una grave paralisi, e da quel giorno ha cominciato a ripensare a se stessa e al suo corpo. Così, a 16 anni di distanza da “Sirena, mezzo pesante in movimento” , in cui ha raccontato la lunga fase di ospedalizzazione dopo l’incidente, la scrittrice milanese affronta il tema a lei più caro: la scoperta della sessualità, del piacere e dell’amore. Garlaschelli si racconta nel numero di maggio del magazine Superabile Inail in una lunga intervista di Antonella Patete

 

Come è nata l’idea di questo libro?
Ho iniziato a pensarci, in modo più o meno inconscio, fin dal giorno in cui mi sono fatta male. Da quel momento, infatti, ho cominciato a plasmare la mia vita su un nuovo modo di essere e con il passare degli anni sono diventata una scrittrice. Poi tre anni fa ho cominciato a scrivere su Facebook dei post comici su sessualità e disabilità, che hanno avuto un enorme riscontro di popolarità. E questo è stato un ulteriore incentivo a riflettere su un tema a cui tengo molto: il corpo, la sessualità, le relazioni umane, la disabilità.

E ha scelto di farlo in modo autobiografico
Sì, anche se la memoria non è mai così precisa e le autobiografie hanno questa particolarità: per quanto siano veritiere, non sono la verità. Nel momento in cui racconti un percorso così lungo, è inevitabile perdere dei passaggi e ricostruirli in modo magari parziale, usando anche l’immaginazione. Per cui la storia che racconto è la mia storia

Quando ha cominciato a scrivere i post su Facebook, tre anni fa, era proprio il periodo in cui era stato presentato il disegno di legge sull’assistenza sessuale in Parlamento. È una coincidenza?
Le cose sono state indipendenti, ma a volte capita che nell’aria si muova qualcosa, come se fosse il momento giusto. Non avevo letto il disegno di legge, che giace in Senato dal 2014, e di cui nel mio libro ho riportato alcuni stralci. Il muro di silenzio che, come una cappa, è sempre gravato su questo tema, finalmente si sta sgretolando. Siamo ancora molto lontani dal parlarne in modo franco, però si stanno facendo dei passi in avanti. Ed è già una grande cosa.

Ma lei aveva davvero paura di non avere relazioni d’amore, come allude nel titolo del volume?
Il titolo è una provocazione, ma è anche molto vero. In senso metaforico non avevo intenzione di rinunciare a niente che la vita potesse offrirmi. Ma soprattutto non volevo morire vergine dal punto di vista affettivo e sessuale, e questo è stato più complicato. Dopo essere tornata a casa dall’ospedale, mi sono prima diplomata, poi laureata e infine ho iniziato a scrivere. Insomma, ho ripreso una vita piena a tutti gli effetti, ma non riuscivo a concepirmi come una donna a 360 gradi, a sentirmi desiderabile. La sedia a rotelle ce l’avevo nella testa: ero io che per prima avevo rinunciato a questa parte della vita. Poi gli anni sono trascorsi, io sono cambiata e a un certo punto mi sono sentita pronta anche a ricevere un eventuale no, perché essere respinta era la cosa che mi terrorizzava di più. E da lì la mia vita è cambiata, perché invece ho scoperto di essere seduttiva e ho incontrato degli uomini che mi hanno desiderata. Insomma, ho recuperato quella parte di me e del mio corpo che avevo messo in freezer per tanti anni.

Dove ha trovato il coraggio di rischiare?
A un certo punto mi sono detta: il peggio che può capitarmi è morire, ma non si può morire perché un uomo non ti vuole. E se arriverà un no (e nel tempo alcuni ne sono effettivamente arrivati), andrò avanti lo stesso.

Pensando agli uomini che ha incontrato, non è che facciano tutti una bella figura.
I cretini li incontriamo tutte sulla nostra strada. È una cosa inevitabile e, in un certo senso, ci aiutano anche a crescere. Certo, ritrovarsi di fronte a una donna su una sedia a rotelle mette alla prova qualsiasi uomo, che deve mettersi in gioco per vivere una storia con lei, anche se non si tratta di quella definitiva. Insomma, ci sono stati uomini dannosi e uomini meravigliosi, che mi hanno aiutato come anche io ho aiutato loro.

Tra le cose utili nella vita, quanto è stata utile per lei la scrittura?
La scrittura è la mia vita, per cui non ragiono in termini di utilità, ma in termini di sopravvivenza: per me vivere è essere nel mondo e il mio modo di essere nel mondo è scrivere.

E quanto è stata utile l’ironia?
È stata vitale. L’autoironia è per me un salvavita, senza il quale credo che sarei defunta tempo addietro. Nella vita ci sono cose troppo drammatiche, dolorose, devastanti per riuscire a sostenerle senza l’aiuto dell’autoironia e dell’ironia.

E il dolore? Nel suo libro scrive che parlarne sembra ormai di cattivo gusto.
Il dolore ha un grande spazio nella vita delle persone, e non solo di quelle con una disabilità. Tantissima gente soffre fisicamente e psicologicamente, però parlare di dolore appare impudico: si deve appunto soffrire in silenzio. Dobbiamo restituire sempre un’immagine positiva, come se fossimo tutti dei supereroi. In realtà, io trovo profondamente ingiusta la sofferenza a cui sono stata costretta e credo sia giusto e rispettoso parlare del dolore, perché è una cosa che fa parte di tutti noi.

È l’ultimo tabù dopo il sesso, di cui pure si comincia a parlare?
Questo Paese è pieno di tabù, ci sono troppe cose di cui o non si parla o si parla in modo sguaiato, si deve ridere per forza, si deve sempre buttarla “in caciara”. Non parliamo poi del tema del sesso che, se legato alla disabilità, diventa una sorta di profanazione: i disabili sono degli esseri umani senza sesso, che devono solo essere curati e accuditi. Pensare che abbiano diritto ad avere una vita di relazioni affettive e sessuali, per tanti è inconcepibile. E invece quello dell’affettività e della sessualità è proprio il tema principale. È un argomento di cui si deve assolutamente parlare, senza averne vergogna: il sesso è una cosa naturale, ma ci sono milioni di persone che non riescono a vivere il loro corpo in maniera serena, perché qualcun altro ha deciso per loro che non lo possono fare.

Nella sua vita Franca e Renzo, i suoi genitori, hanno un ruolo fondamentale. Perché la loro presenza è stata così importante?
I miei genitori mi hanno sempre supportata senza giudicarmi. Mi hanno insegnato il potere della volontà e la forza nel persistere per raggiungere le cose in cui credevo, e questo insegnamento mi ha fatto diventare la donna che sono. Mi hanno sempre aiutata anche da un punto di vista fisico, perché ho sempre bisogno di qualcuno che mi aiuti. Adesso c’è mio marito, ma prima c’erano loro. Abbiamo vissuto insieme per 40 anni e ci sono sempre state grande complicità e comprensione. Sono stata davvero fortunata, verso i miei genitori ho un senso di amore e di gratitudine immensi.

da Redattore Sociale

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